Rete UNO: Un candidato in 15 minuti per il CdS

Intervista al candidato al Consiglio di Stato Marco Passalia

Ascolta

Matrioska: “Sgravi e vinci”

Mercoledì sera a Matrioska tocca al fisco, uno dei temi più caldi e controversi della politica ticinese dell’ultimo decennio. Le indicazioni che emergono dal sondaggio proposto su ticinonews.ch sono chiare: la maggior parte di chi ha votato pensa che in Ticino si paghino ancora troppe imposte, che gli sgravi siano una priorità della prossima legislatura e che siano importanti per attirare nuove imprese.

A confronto la ministra delle finanze e dell’economia Laura Sadis, i presidenti di Lega e Ps, Giuliano Bignasca e Manuele BertoliMarco Passalia per il Ppd, Gabriele Pinoja per l’Udc e Sergio Savoia per i Verdi.

 

Guarda il video 

Contesto: PPD VS Verdi

giovedì 17 febbraio 2001 , LA 1, ore 19:30
Contesto – Faccia a faccia
PPD vs VERDI

Con Marco Passalia, Francesco Maggi

Guarda il video

[vimeo url=”http://www.rsi.ch/elezioni/videopmm.cfm?uuid=96ad8071-ab59-43fc-b26e-e466da25e599” width=”500″ height=”200″ full=”no” ]

Teleticino: Intervista semiseria

Intervista semiseria al candidato al Governo del PPD Marco Passalia

Guarda il video 

Matrioska: Sfida sulla sicurezza

La sicurezza, gli stranieri criminali, i giovani violenti, il rapporto tra giustizia e politica, la presenza di polizia sul territorio… Sono i temi del dibattito elettorale di mercoledì sera a Matrioska.

A confronto sette candidati a Governo e Parlamento: Matteo Quadranti (Plr), Marco Passalia(Ppd), Norman Gobbi (Lega), Mario Branda (Ps), Eros Mellini (Udc), Renza De Dea (Forza Civica) e Massimiliano Ay (Comunisti-Mps).

Prenderemo spunto anche dal sondaggio a cui si può ancora partecipare entrando nella pagina dedicata alle elezioni: secondo chi ha votato finora, Lugano e Locarno sono le città in cui ci sente meno sicuri; la principale fonte di insicurezza sono i giovani violenti; in Ticino ci vuole un riformatorio; la polizia non è abbastanza vicina alla gente; la giustizia è troppo politicizzata.

 

Guarda il video

Giovani e imprenditori? Ma quando mai?

Francesca, 26 anni, laureata in scienze della comunicazione: oggi disoccupata. Fabio, 28 anni, licenziato in scienze ambientali: avventizio alle dipendenze dell’amministrazione cantonale. Daniela, 25 anni, Bachelor in scienze economiche: quinta esperienza di stage consecutiva. Gianni – 28 anni, informatico, una moglie, un figlio, un cane e un gatto – lavora al 200% mostrando una situazione ben diversa rispetto agli altri giovani citati in queste poche righe.

Di Gianni parleremo più avanti. Concentriamoci, invece, sui primi tre giovani menzionati: in queste casistiche molto generali sono sicuro che ognuno di noi potrebbe riconoscere un familiare, un amico o un conoscente che si trova in una situazione lavorativa di questo tipo fatta di precariato, di fragilità e di tanta incertezza. Da qui a dire che le colpe sono dei frontalieri, dei direttori d’azienda o dei responsabili delle risorse umane, la distanza è molto breve. D’altra parte, chiunque potrebbe citare dei casi di aziende che non hanno mai risposto alla propria domanda spontanea di lavoro, di manager che non hanno rispettato la parola data prediligendo un altro curriculum vitae o di posti di lavoro coperti da frontalieri.

Seguendo questa linea, potremmo tranquillamente parlare di dumping salariale dimenticandoci dei contratti collettivi di lavoro, potremmo anche deplorare situazioni di carenza di responsabilità dei capi d’azienda facendo di ogni erba un fascio oppure potremmo metterci ad urlare ai quattro venti che i frontalieri ci stanno soffiando i posti di lavoro sotto il naso. A dirla tutta – converrete con me – non è affatto difficile discutere e trovare consensi su temi che rispecchiano la percezione dei fatti di una buona fetta dell’opinione pubblica. Ma non è tutto, sono convinto che anche se dovessimo argomentare con dei fatti reali, continueremmo a lamentarci affermando che – in base a dati statistici – la disoccupazione è un problema grave che colpisce soprattutto i giovani oppure che lo Stato non impegni sufficienti risorse per correggere questa disfunzione occupazionale del nostro sistema economico. C’è chi addirittura – lavandosi la bocca con cifre e soldi pubblici – vorrebbe diffondere una politica di sussidi ad innaffiatoio per chi non ha lavoro con il risultato perverso di avvantaggiare anche – direbbe qualcuno con malafede sgretolante – chi non ha voglia di lavorare. A questo punto, però, la domanda nasce spontaneamente e cresce naturalmente: è giusto lamentarsi sempre e comunque o forse bisognerebbe provare a reagire?

Reagire, dicevo. Gianni – 28 anni, informatico, una moglie, un figlio, un cane e un gatto – lavora al 200%: questo giovane padre di famiglia dopo il liceo ha frequentato l’università pagandosi gli studi con lavori a tempo parziale; ha lavorato 2 anni come dipendente in una ditta d’informatica fino a quando si è ritrovato senza impiego. A 26 anni ha deciso di mettersi in proprio. Progetto interessante (parzialmente innovativo), risparmi personali, piccolo prestito in banca, clienti nuovi, contatti da consolidare, collaborazioni con vari professionisti e così via. Gianni in casa è un buon marito nonché un ottimo padre, e sul lavoro è dinamico, preciso e calcolatore al punto che dopo un anno di attività decide di assumere una persona.

In apertura parlando di Gianni ho accennato ad una situazione ben diversa rispetto agli altri. Diversa non nel senso di più fortunata o più agevolata, bensì più legata al concetto d’imprenditorialità. Gianni rappresenta l’immagine di uno di quei tanti giovani che hanno deciso di reagire, di non aspettare, di tirar fuori il meglio di sé, mostrando quella che io definirei una “dinamica propensione all’imprenditorialità”.

Per avviarmi alla conclusione, alla domanda posta nel titolo rispondo con un sì: i giovani possono essere imprenditori e dal mio osservatorio privilegiato ne vedo parecchi e sono più o meno tutti accomunati da spirito d’intraprendenza, da operosità costante, da capacità di ottenere dei risultati concreti nonché da un impegno dinamico orientato agli obbiettivi prefissi. Attenzione a non fraintendermi: non sto dicendo che tutti gli altri giovani sono dei fannulloni e che lo Stato non dovrebbe ricoprire nessun ruolo, bensì che l’idea di mettersi in proprio non fa parte del nostro DNA e che lo Stato potrebbe fare molto di più a tutti i livelli (scuola, politiche sociali, ecc.) in favore dell’auto-impreditorialità. Secondo questa visione, lo Stato dovrebbe continuare a garantire determinate condizioni quadro, mentre il privato dovrebbe riuscire a sfruttarle al massimo mostrando intraprendenza. Le mie non sono elucubrazioni mentali, ma dati di fatto. Basti pensare ad esempio alla città di Lugano che nell’ambito delle misure anticrisi non tanto tempo fa ha approvato un importo complessivo di 500’000 franchi, quale forma di incentivo per le persone e le imprese che intendono beneficiare di un micro-credito per la creazione di nuove attività o di nuovi posti di lavoro. 
Concludo, con uno slogan che cerca di raccogliere il pensiero di questo breve articolo: più occupazione e più imprenditorialità da parte dei giovani con lo Stato che garantisce un terreno fertile.

Marco Passalia