Chi ha ammazzato l’artigiano?

L’inizio delle scuole mi dato lo spunto per riprendere alcune tematiche a me care e sulle quali mi sono già espresso in passato, ovvero l’artigianato e l’imprenditorialità.

Parto da lontano: la visione distorta della realtà. Non vi è mai capitato di storcere il naso di fronte ad affermazioni chiaramente irreali o addirittura assurde? Immagino di sì così come immagino che non farete fatica a condividere il mio disappunto rispetto a certe concezioni snaturate ed obsolete su tutto ciò che è legato all’economia. Mi spiego: purtroppo capita ancora troppo spesso di vedere la parola “economia” associata ad elementi che hanno una chiara connotazione negativa. Il turismo è positivo, l’industria è negativa. Le esportazioni sono positive, i trasporti sono negativi. Le banche e le assicurazioni sono alternativamente positive o negative (a dipendenza della congiuntura), mentre l’informatica è positiva. I commerci sono positivi quando si parla di prezzi a buon mercato, mentre sono negativi quando toccano l’apertura degli orari di lavoro. L’artigianato è positivo se lo mettiamo in un museo, mentre è negativo quando è all’opera. E così via.

Mi lascia sempre perplesso vedere che ci sia chi tuttora ostenta delle visioni della sfera economica così riduttive, paradossali e settoriali (per non dire a compartimenti stagni). Ho l’impressione che talvolta ci si dimentichi che dietro all’economia, dietro a quel mercato che secondo Adam Smith viene mosso da una mano invisibile, ci siano centinaia di diverse professioni che accompagnano la maggioranza di noi per una buona fetta della nostra vita. L’elenco potrebbe essere lungo, ma vorrei soffermarmi in particolar modo sulla categoria professionale dell’artigiano per evidenziare come tutt’oggi sia data più importanza a determinati mestieri mettendone in secondo piano altri che fanno dell’imprenditorialità il proprio elemento centrale. E mi sembra lapalissiano dire che proprio questa credenza sia figlia di quel modo di pensare che guarda all’economia con sospetto e pregiudizi infondati.

In canton Ticino la professione dell’artigiano, sebbene vada a toccare un’importantissima fascia della nostra popolazione lavorativa, negli ultimi anni è stata trascurata e svalutata a causa di diversi motivi riconducibili ad aspetti sociali e storici che, se da una parte spiegano questa tendenza, dall’altra non la giustificano. No, non è una mia grossolana impressione: i confronti statistici intercantonali mostrano chiaramente che il nostro cantone rispetto alla Svizzera tedesca presenta una percentuale molto maggiore di curricola con un diploma scolastico superiore; nella Svizzera interna è invece molto più diffusa la formazione professionale (ad esempio c’è chi dopo un apprendistato, sceglie una maturità professionale per poi proseguire in una scuola universitaria professionale oppure chi passa ad una maturità professionale dopo un periodo lavorativo post-apprendistato, ecc.). E guarda caso, proprio nella Svizzera tedesca c’è una maggiore attitudine all’imprenditorialità nonché una più abbondante fioritura di nuove imprese e di nuovi addetti (cfr. Demografia d’impresa dell’Ufficio federale di statistica).

A questo punto mi chiedo se non sia il caso di recitare qualche mea culpa sul modo di concepire la scuola: cosa facciamo praticamente ed operativamente per infondere nei giovani lo spirito imprenditoriale? Nei confronti dei giovani ci adoperiamo abbastanza per proporre con positività tutte le professioni comprese quelle artigianali? Non dovremmo forse sostenere con maggior convinzione gli stage professionali e le visite degli allievi nelle ditte? Non da ultimo, mi chiedo se anche le famiglie capiscono cosa sia veramente meglio per i propri figli; la domanda sorge spontanea: non è che talvolta vi sia una ricerca accanita al diploma universitario che trascura a priori altri sbocchi professionali? Siamo poi così sicuri che la laurea si traduca automaticamente in un lavoro interessante ed in una remunerazione alta?

Concludo nella convinzione che nel nostro cantone ci siano ancora dei forti margini di miglioramento per diffondere la propensione all’imprenditorialità e l’inclinazione alla formazione professionale. Tanto per dire ovvietà, lo scenario ideale sarebbe quello in cui la scuola cammini veramente a braccetto con l’esperienza pratica. In fondo, sarete tutti d’accordo che laddove vi è imprenditorialità, dinamismo e voglia di fare, vi è anche benessere; detto in altre parole, dalla creazione di nuove realtà economiche (piccole, medie o grandi) tutta la collettività non può fare altro che trarne un beneficio.

di Marco Passalia, economista, Vice Direttore, Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino (Cc-Ti)

50 anni di AELS

Talvolta si dimentica l’importanza per la Svizzera del commercio con l’estero. Eppure i fatti parlano chiaramente: bilancia commerciale in attivo (ovvero si esporta più di quanto s’importa), aziende esportatrici operanti in tutto il mondo e leadership globale in parecchi settori storicamente importanti per il nostro Paese (ad esempio il settore chimico-farmaceutico). Sembra quasi scontato che l’export elvetico ci sia, funzioni e garantisca occupazione e benessere contribuendo ad una grossa fetta del PIL. Ma non tutto è casuale: occorre ricordare e sottolineare che le condizioni quadro esistenti sono il frutto di una politica economica estera dinamica ed universale. Il risultato concreto di ciò è l’associazione economica di libero scambio (AELS).

L’AELS compie quest’anno 50 anni ma sembra più fresca e vivace che mai. Infatti, grazie all’AELS, la Svizzera assieme a Liechtenstein, Norvegia e Islanda ha potuto stipulare fino ad oggi ben 23 accordi di libero scambio permettendo l’accesso ai suoi membri ad un mercato di più di 600 milioni di persone al di fuori dell’Unione Europea. In quest’ottica a medio termine sono previsti una quindicina di nuovi accordi tra cui menziono in ordine casuale la Russia, l’India ed il Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Gli accordi di libero scambio rappresentano un’opportunità per le aziende dei Paesi membri dell’AELS pur ammettendo che la complessità di queste nuove nozioni crea un onere amministrativo in più o, detto in altre parole, ci s’indirizza inevitabilmente verso competenze più approfondite per chi in seno all’azienda si occupa di spedire la merce e di chiarirne l’origine.

Quando si parla di opportunità di questi accordi s’intende dire che vengono soppressi o ridotti i dazi doganali sui prodotti industriali e su vari prodotti agricoli di base e che vengono regolate anche altre questioni importanti quali la protezione e promozione degli investimenti, la salvaguardia della proprietà intellettuale, ecc.

Concludo con l’auspicio che la Svizzera nei prossimi anni riesca ancora a garantirsi un giusto spazio di manovra a livello internazionale in modo da continuare a favorire le aziende ed in fin dei conti promuovere l’occupazione, la formazione qualificata ed il benessere diffuso. Ciò sarà possibile soltanto insistendo su rapporti commerciali con altri Paesi basati sui principi liberisti, ricercando l’universalità della politica economica estera e, soprattutto, rispettando i dettami delle istituzioni internazionali riconosciute.

Marco Passalia

Ed ora avanti con il collegamento A2-A13…

Discussioni decennali, studi tecnici di fattibilità, dibattiti pubblici, epiteti tra fazioni, referendum, ricerca di compromessi ed infine la soluzione consensuale recentemente presentata al pubblico.

La storia infinita del collegamento A2-A13 sembra essere finalmente giunta ad una conclusione con esito positivo. Inutile dire che arrivati a questo punto, a molti  – soprattutto nella regione del locarnese e valli – non interessava tanto quale variante fosse valutata come la migliore opzione in termini di costi e di rispetto dell’ambiente, quanto la tempistica della realizzazione dell’opera stradale.

Sicuramente, si può parlare con soddisfazione di un punto a favore della mobilità e, di un altro, a beneficio di Locarno che tra una decina d’anni, finalmente, non sarà più l’unica città elvetica priva di un collegamento diretto con l’autostrada.

Da subito, però, bisognerà concentrarsi sul « quando » pensando ai tempi lunghi della politica: dalla presa in considerazione del dossier da parte delle autorità federali, ai tempi di progettazione fino alla realizzazione effettiva dell’opera che sarà sicuramente accompagnata da opposizioni varie. Il Consiglio di Stato ben presto passerà la palla alla Confederazione nella speranza che sarà un assist che andrà agevolmente in goal grazie – si spera – all’intervento del Governo ticinese stesso, della deputazione a Berna e di tutti quegli attori che potranno e vorranno influenzare le dinamiche decisionali d’oltralpe.

Cinquantatremila residenti della regione, più di tremila aziende, migliaia di cittadini del piano di Magadino, centinaia tra ristoranti e alberghi nonché tutti i turisti che si avvicineranno al lago Maggiore ed alle sue splendide valli potranno ricominciare a guardare con ottimismo e lungimiranza al futuro del locarnese. In ogni caso, nel frattempo sarà fondamentale portare avanti al più presto le migliorie alla viabilità della tratta Quartino-Cadenazzo promesse un anno fa; anche in questo caso si auspica celerità d’intervento per alleggerire il più possibile i nodi problematici di Quartino Pergola e Cadenazzo centro.

A qualcuno le mie parole potranno sembrare esagerate, ma lo sconforto derivante da colonne chilometriche e da situazioni di traffico a dir poco ingestibili non hanno di certo aiutato il locarnese e le sue valli ad uscire da una spirale negativa fatta di polemiche e di cieca lungimiranza.

Concludo nella certezza che ora nessuno avrà più un alibi per opporsi a qualsivoglia progetto dicendo di non saperne nulla e di non essere stato coinvolto nel complicato processo di ricerca di un compromesso sull’annoso tema del collegamento A2-A13. Con questa spinta positiva spero quindi che si possa cominciare a discutere anche di altre tematiche legate alla mobilità con una buona dose di buon senso e di sano realismo. Del traffico lento, del trasporto pubblico, della complementarietà dei mezzi di trasporto e, soprattutto, di Alptransit avremo modo di parlarne spesso nel prossimo futuro.

Marco Passalia,

Vice direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino (Cc-Ti)

Candidato al Consiglio di Stato ed al Gran Consiglio nelle fila del PPD

RADAR: prevenire è meglio che multare!

Ha colpito sicuramente l’attenzione di molti automobilisti la notizia relativa al prossimo impiego da parte dell’Ufficio federale delle strade (USTRA) di nuovi radar che funzionano come dei sistemi di controllo della velocità media su determinati tratti stradali. È vero che si tratterà ancora di un utilizzo pilota finalizzato a verificarne l’efficacia nella riduzione della velocità e degli incidenti, ma è anche vero – tanto per usare una citazione di moda – che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

Premesso che non c’è nessun diritto ad oltrepassare i limiti di velocità bensì un obbligo comprensibile e condivisibile, e dando per scontato che i radar hanno uno scopo dissuasivo ben preciso, è opportuno fare alcune considerazioni.

Innanzitutto, è fondamentale sottolineare che i radar devono mirare a calmare i pirati della strada ed a proteggere le loro potenziali vittime in alcuni tratti stradali realmente pericolosi. Talvolta è anche comprensibile che la politica repressiva delle forze dell’ordine dia un apporto educativo al rispetto del codice stradale, ma tante altre volte si ha l’impressione che determinate multe per velocità non servano ad altro che a rimpilzare le casse dello Stato. A dimostrare quest’ultimo punto ed a rafforzare la tesi dell’inutilità di un radar che calcola la velocità media, basti pensare concretamente a due figure di automobilisti: l’automobilista medio ed il pirata della strada. Il primo è quel conducente cauto e diligente che a volte supera inavvertitamente i limiti di velocità in alcune zone non pericolose né densamente abitate; ipotizziamo 130 km/h al posto di 120km/h su un tratto autostradale di 4 km. Il secondo, invece, rappresenta quella categoria di automobilisti che se ne infischia dei limiti e che sceglie a piacimento il proprio comportamento stradale al punto che nella stessa tratta del conducente precedente potrebbe correre per metà tratta a 160 km/h e per l’altra metà ad 80 km/h, risultando in fin dei conti rispettoso della velocità media imposta. In questo modo il risultato è che il sistema radar in questione verrebbe gabbato, non sarebbe comunque garantita la sicurezza, il primo conducente verrebbe multato ed il pirata della strada se la caverebbe. Quindi, sembra ovvio concludere che non raggiungendo logicamente uno degli scopi principali, ovvero la sicurezza, e sapendo che il costo di questi radar non è certamente irrisorio, forse è meglio che l’USTRA faccia al meglio le proprie valutazioni durante questo prima fase pilota.

In secondo luogo, non si può non menzionare un elemento di orwelliana memoria che in fondo va ad intaccare quella sfera privata tanto cara a noi svizzeri al punto da saldarla per bene all’articolo 13 della Costituzione federale. Infatti, affinché questo tipo di radar possa funzionare calcolando le velocità medie, dovrà registrare tutti i veicoli che transitano attraverso una ben precisa tratta stradale dando a tutti la sensazione di essere costantemente controllati. In aggiunta a ciò, ad onor del vero è però importante dire che questo tipo di registrazione esiste già ad esempio in prossimità dei tunnel ed all’interno degli stessi, senza creare particolari disagi ai paladini della “privacy”.

In terzo luogo, per rafforzare la tesi dell’inutilità dei radar se non per scopi dissuasivi mirati e ben precisi (ad esempio i radar fissi in alcune tratte pericolose oppure i radar mobili durante le notti del fine settimana), occorre essere molto realisti e tenere presente che questi strumenti di rilevazione sono più che mai obsoleti e poco efficaci visto che oramai chiunque è in possesso di un qualche aggeggio tecnologico o software sul proprio telefono in grado di ricevere segnalazioni quasi immediate sulla presenza di radar.

Per tirare le somme, secondo Generazione Giovani è importante mettere l’accento anche in questo caso sulla prevenzione visto che è molto più efficace e pagante nel lungo termine rispetto alla repressione. Pur ammettendo che la finalità dissuasiva dei radar sia necessaria per dissuadere alcuni conducenti patologici dalla guida spericolata e pericolosa, occorre enfatizzare la centralità dell’educazione ex-ante che parte dalle scuole dell’obbligo e raggiunge il fulcro nei corsi preparatori all’esame di guida (si pensi ai corsi di sensibilizzazione), nelle lezioni di guida dei maestri-conducenti nonché durante l’esame stesso (teorico e pratico).

Per l’Ufficio Presidenziale di Generazione Giovani

Marco Passalia

Fotografia sulla situazione delle PMI in Ticino

Fare una fotografia di una situazione in essere richiede un’abilità non da poco: fermare il tempo e racchiudere in un istante tutto ciò che si riesce a raccogliere. Fatta questa premessa, ritengo dunque che sia utilissimo fare un’analisi quasi fotografica dello stato di una determinata situazione in un preciso momento. In aggiunta a ciò è importante ricordare che questo tipo di analisi si rivela poi utilissima al momento in cui si vogliono fare confronti tra i flussi che intercorrono tra uno e l’altro periodo. Ma facciamo ora un passo avanti in maniera più concreta: analizziamo la realtà delle piccole e medie imprese, anche note con l’acronimo PMI.

Le PMI nelle discussioni quotidiane sono definite metaforicamente come la spina dorsale dell’economia o anche il cuore pulsante del sistema economico. Infatti, spesso e volentieri si afferma che le PMI rappresentano all’incirca il 98% delle aziende presenti in Svizzera (analogamente in Ticino) e che più di due terzi dei posti di lavoro sono direttamente offerti da queste piccole e medie realtà imprenditoriali. Tuttavia, per capire esattamente cosa s’intende dire quando si utilizzano queste espressioni molto eloquenti, credo che sia opportuno inquadrare l’oggetto in questione apportando alcune definizioni.

Prendendo spunto dal sito web www.kmu.admin.ch e facendo riferimento ad alcune definizioni utilizzate nella letteratura specializzata1, quando si parla di PMI ci si riferisce a quelle imprese che hanno meno di 50 impiegati (“piccole imprese”), rispettivamente dai 50 a 100 (“medie imprese”), e che registrano un fatturato annuo inferiore ai 5 milioni di franchi, rispettivamente dai 5 ai 50 milioni.

Si potrebbe anche andare oltre e fare quindi una distinzione in base alla forma giuridica dell’impresa, ma ritengo che sia più importante concentrarsi in maniera più specifica sul tipo di attività economica.

La tabella qui riportata rappresenta le aziende ticinesi (non solo le PMI) suddivise per settore e sezione di attività economica riportando allo stesso tempo un confronto con i dati svizzeri. Non è tanto interessante capire in quali settori precisi sono attive le PMI, quanto il fatto che vi è un ventaglio molto ampio di attività economiche presenti sul territorio. Inoltre, si può notare senza troppe difficoltà che delle 20’449 aziende presenti in Ticino al momento del censimento (30 giugno 2007) solo una piccolissima percentuale (circa il 2%) rientra nella categoria della grandi aziende.

Si potrebbe dire molto sull’importanza delle PMI per il nostro tessuto economico, ma allo stesso tempo non va dimenticato che le grandi imprese continuano a svolgere un ruolo trainante nella creazione d’indotto, nell’offerta di impieghi e nell’innovazione di prodotto e di processo. In generale, però, va rilevato che le PMI mostrano un dinamismo ed una capacità evolutiva importantissima; inoltre svolgono un ruolo fondamentale di stabilizzatore dell’occupazione durante le oscillazioni dovute alle congiunture economiche negative visto che si rivolgono prevalentemente al mercato interno, hanno strutture salariali diverse rispetto alle grandi aziende e vige una propensione al rischio ed agli investimenti molto più limitata.

Per concludere, data l’importanza delle PMI per la nostra economia, credo che sia fondamentale continuare a sostenerle garantendo delle condizioni quadro favorevoli che includano una burocrazia leggera, una fiscalità semplice, una formazione costante e tanto altro ancora. Inoltre, non bisogna dimenticare che la maggior parte di queste realtà è costituita da persone e da famiglie che portano avanti valori fondamentali che possono essere trasmessi solo attraverso l’impegno e la fatica dell’attività quotidiana.

1 Questa definizione (limite massimo di occupati) si trova anche nella letteratura specializzata svizzera. Vedi p. es.: Kleinunternehmen in der Schweiz – dominant und unsichtbar zugleich (2006); U. Fueglistaller, A. Fust, S. Federer; Schweizerisches Institut für Klein- und Mittelunternehmen (Università di San Gallo) & BDO Visura.

Sanità: una Ferrari per pochi soldi?

Qual è l’ammontare massimo che siamo disposti a spendere per acquistare una prelibatezza che entusiasmi il nostro palato? E per acquistare il biglietto di una partita di calcio della nostra squadra del cuore? E per curarci da una malattia? Certo, quando si parla di salute, non è solo una questione di costi e di denari. Ed è proprio questo uno dei punti centrali che a mio parere troppo spesso viene trascurato quando si parla di politica ed economia sanitaria.

Per riuscire a capire quanto è importante la salute per noi svizzeri è necessario misurare in qualche modo quanto essa influisce sulla nostra vita quotidiana. È quindi quasi scontato fare riferimento all’incidenza positiva di una buona salute sullo stato d’animo di chiunque tra noi. Tuttavia, indicatori qualitativi di questo tipo, difficilmente possono aiutarci a quantificare la rilevanza del settore sanitario sull’intero sistema socioeconomico. Per fare ciò, risulta invece interessante prendere in considerazione la spesa sanitaria in rapporto al Prodotto Interno Lordo (PIL); per completezza ricordo che il PIL corrisponde al valore totale dei beni e dei servizi prodotti all’interno della Svizzera in un determinato intervallo di tempo. In effetti andando a guardare l’evoluzione degli ultimi cinquant’anni del rapporto summenzionato tra costi della salute e PIL notiamo un continuo incremento fino ad arrivare a cifre attorno al 11% del PIL.

COSTI DELLA SALUTE IN
PERCENTUALE RISPETTO AL PIL
Anno % del PIL
1995 9.60%
1996 9.90%
1997 10.00%
1998 10.10%
1999 10.20%
2000 10.20%
2001 10.60%
2002 10.90%
2003 11.30%
2004 11.30%
2005 11.20%
2006 10.80%
2007 10.60%

Fonte: Coût et financement du système de santé, OFS

Tutti conosciamo le cause e ciononostante – ecco nuovamente la componente psicologica – ognuno di noi tende a puntare il dito su una o l’altra questione: dall’invecchiamento della popolazione al miglioramento della qualità delle cure; dall’aumento del numero di prestazioni all’anomala situazione dell’offerta (ospedali, medici, infrastrutture farmaceutiche) che stimola la domanda (pazienti); per non parlare poi del progresso tecnologico o dell’aumento dei salari indipendente dall’inesistente variazione della produttività.

L’elenco delle cause potrebbe essere ancor più lungo e specifico, ma lo scopo di questo breve articolo non è certo quello di fare una ricerca esaustiva sul perché o sul come si è arrivati all’odierno stato delle cose, bensì quello di fare una semplice constatazione: la salute costa molto e ciò va legato al fatto che in questo ambito, più che in altri settori, entra in gioco una componente irrazionale legata ad una naturale volontà di sopravvivenza. Ciò significa che qualsiasi paziente in una situazione di malattia e di asimmetria informativa nei confronti del medico e del farmacista, ha una forte tendenza a mostrare un’elevatissima disponibilità a spendere qualsiasi cifra pur di stare meglio.

Concludo nella convinzione che l’efficienza e l’efficacia nel settore sanitario potranno sicuramente essere migliorate con ripercussioni positive sulla riduzione dei costi. Sono anche convinto che sia fondamentale continuare a discutere sui metodi di finanziamento della sanità e sui modelli di assicurazione alla base del sistema, tuttavia rimane aperta la questione sollevata nel titolo. Vogliamo forse un sistema sanitario qualitativamente invidiabile in tutto il mondo pagandolo poco o nulla? Non è forse un paradosso? Contrariamente, data la nostra propensione a spendere molto per curarci, saremmo disposti a rinunciare alla qualità per pagare di meno?