In Ticino il paradiso delle pmi italiane?

Il titolo non è una mia invenzione o meglio, a parte l’aggiunta del punto di domanda, mi sono limitato a riprendere pari pari il titolo di un articolo apparso lo scorso 7 gennaio sul quotidiano economico Milano Finanza (MF). E lasciatemelo dire, speriamo che lo spauracchio del Ticino economico, ovvero Tremonti, non prenda troppo sul serio l’articolo in questione. Chi, invece, ha l’abitudine di vedere il bicchiere mezzo pieno è più portato ad apprendere con favore il fatto che un quotidiano economico italiano esprima, per una volta, una percezione positiva del Ticino per le pmi italiane visto che ultimamente i media della vicina penisola ci hanno tartassato associandoci esclusivamente allo scuso fiscale ed ai capitali neri.

In realtà, l’articolista non riporta fatti particolarmente scabrosi relativi all’insediamento di alcune decine di realtà imprenditoriali italiane negli ultimi 10-15 anni in Ticino. Non vengono neppure svelate strategie segrete imbastite dalla Svizzera su come essere più competitivi e su come attirare nuove imprese. Molto più semplicemente vengono menzionati i vari atout che caratterizzano il nostro piccolo cantone. Non stiamo parlando di creazioni artificiali degli ultimi anni finalizzate ad attirare chissà chi o chissà cosa, come potrebbe pensare qualche politico italiano pieno di pregiudizi. Infatti, se la Svizzera ed il nostro cantone sono diventate oggi una meta ambita da molte aziende estere, lo dobbiamo essenzialmente a delle scelte democratiche del passato, a delle risposte pragmatiche date dalla politica a problemi concreti, ma anche ad una posizione geografica invidiabile ed a quelle consuetudini sociali che caratterizzano il cittadino elvetico medio. Ed a ribadire la buona fede nel presentare delle condizioni quadro interessanti per le aziende, vanno considerati due fatti: da una parte, una cultura imprenditoriale locale incompleta per ben noti motivi storici; dall’altra, una mancanza generalizzata di un atteggiamento pro-azienda. Detto in altre parole, se questi due ultimi elementi fossero presenti con maggior vigore, probabilmente saremmo un’area geografica ancor più sviluppata di oggi nel settore secondario. Naturalmente, con i “se” ed i “ma” si fa fatica a capire se una situazione immaginata potrebbe essere reale, tuttavia una riflessione di questo tipo aiuta a notare che c’è un potenziale di crescita e di miglioramento. E ciò vale ancor di più se il potenziale è recepito da chi guarda al Ticino con bramosia fino ad essere tentato di spostare la propria attività imprenditoriale. Tanto per essere banali, chiunque potrebbe pensare ai vantaggi della Svizzera rispetto all’Italia pensando a meno tasse, meno burocrazia, meno ostruzionismo da parte dell’amministrazione pubblica, ecc. Tra questi – tanto per citare un po’ di nomi presenti sull’articolo in questione – c’è la Pramac, la VF Corporation, per non parlare dei grandi nomi della moda italiana.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: per un’azienda è davvero più interessante operare in Ticino? In effetti, è innegabile che il nostro cantone nel confronto con l’Italia presenta una panoplia di vantaggi relativi estremamente interessanti per gli imprenditori italiani o esteri: dalla fiscalità più moderata alla certezza del diritto, da un sistema bancario moderno ed efficiente ad un approccio positivo e costruttivo dei funzionari pubblici, per non parlare della maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Si potrebbe poi parlare anche delle infrastrutture moderne, della manodopera qualificata locale o frontaliera, degli standard di vita elevati, ecc.

Abbiamo citato alcune aziende ed abbiamo elencato una serie di vantaggi, ma non abbiamo spiegato come il messaggio è stato veicolato verso l’Italia. In quest’ottica, senza pretendere di essere esauriente nella mia risposta, credo che la promozione del nostro territorio possa essere riassunta in pochi elementi: le associazioni economiche ed il Progetto Copernico, il passaparola tra gli imprenditori e la semplice emulazione della concorrenza.

In aggiunta a quanto detto sino ad ora, va anche rilevato che molte imprese italiane – quindi gli imprenditori ed il management – solo una volta avviata l’attività percepiscono tutta una serie di ulteriori benefici che potremmo definire “ex-post”. Si pensi ad esempio all’elevata qualità dei servizi pubblici, ai contatti diretti e celeri con l’amministrazione pubblica, alle risorse umane mediamente ben formate, alle specializzazioni in vari settori (logistica, spedizioni, settore bancario e quello assicurativo, ecc.) ed altro ancora.

Per concludere, credo che alcuni elementi considerati nei paragrafi precedenti possano fungere da spunto per una riflessione più di ampio respiro su quale impostazione vogliamo dare al futuro della nostra economia. Se vogliamo posti di lavoro, se vogliamo continuare ad avere prestazioni sociali invidiabili in tutto il mondo e se vogliamo dare un futuro altrettanto fortunato a chi verrà dopo di noi, allora dobbiamo dare spazio a chi la ricchezza la crea. È vero che abbiamo delle condizioni quadro interessanti, ma non dobbiamo commettere l’errore di sederci sugli allori

Quell’autocritica che poco ci piace!

Alle nostre latitudini non è di certo passata inosservata la recente pubblicazione dell’Economic Research del Credit Suisse intitolata “Qualità della localizzazione: quale regione è più attrattiva?” anche perchè il Ticino non ne esce affatto indenne. Ma per evitare di limitarsi a reazioni di pancia, ritengo importante sfogliare la pubblicazione per poi concentrarsi sui punti più salienti.

Innanzitutto, una delle constatazioni fondamentali su cui è costruito lo studio è l’aumento della mobilità di aziende e persone fisiche che sempre di più danno peso a determinati elementi quali condizioni quadro fondamentali per la localizzazione in un determinato cantone. Sulla base di ciò, l’evidenza statistica ha portato questi esperti alla creazione di un’indice della qualità della localizzazione (IQL) che abbraccia cinque parametri, ovvero l’imposizione fiscale per le persone fisiche e giuridiche, il livello generale di formazione, la disponibilità di forza lavoro altamente qualificata e l’allacciamento alle vie di comunicazione

Naturalmente, sebbene queste variabili quantitative siano ritenute prioritarie perché statisticamente rilevanti, occorre tenere presente che le considerazioni qualitative vengono per forza di cose lasciate da parte visto che sono difficilmente misurabili. Per capirci, come si potrebbe misurare la bellezza di una certa zona quale elemento importante nella scelta della localizzazione?

A questo punto, andando a dare un’occhiata alla tabella dei risultati della qualità della localizzazione dei cantoni svizzeri, non è di certo stupefacente che Zugo e Zurigo si trovino nei primi posti, mentre il Ticino sia solo ventunesimo prima di Glarona, Vallese, Neuchatel, Uri e Giura. Ma entriamo nei dettagli della situazione ticinese.

Per quanto riguarda la componente fiscale quale fattore di localizzazione si può notare che il Ticino sia per le persone fisiche che per le persone giuridiche rispetta l’onere medio svizzero. Tuttavia, il confronto intercantonale dell’attrattività finanziaria per i residenti dovrebbe tenere in considerazione anche il costo medio della vita (prezzo delle abitazioni, cassa malati, ecc.) che, come tutti sappiamo, in Ticino è mediamente più basso rispetto al resto della Svizzera.

Continuando l’analisi dell’indice, si nota che la disponibilità di personale qualificato nel nostro cantone rispecchia la media svizzera, mentre sono insufficienti i risultati relativi al livello generale dell’istruzione ed all’allacciamento alle vie di comunicazione.

Se da una parte i risultati non sorprendono nessuno, dall’altra sono in molti a fare i permalosi mettendo in dubbio l’attendibilità di questo studio. In fondo è una storia che già conosciamo: l’allievo che non ha fatto i compiti né studiato, in occasione di una brutta nota tenderà sempre a dare la colpa al maestro o alla struttura dell’esame e quasi mai alla propria mancanza di diligenza.

Uno studio di questo tipo, come già evidenziato, non può di certo considerare tutte le variabili legate alla localizzazione, ma solo alcune tra le più importanti. In questo modo si cerca di creare uno strumento oggettivo che, se preso da solo, è facilmente criticabile, ma al momento in cui viene utilizzato per un confronto con agli anni precedenti, si trasforma in un interessante indicatore di quanto si è fatto meglio o peggio rispetto al passato. Inutile dire che in un confronto intertemporale il Ticino, si trova in una posizione peggiore. Ergo, ritengo opportuno tenere presente che quando si viene criticati, anziché concentrarsi solo nel cercare delle giustificazioni che possano smorzare la valutazione negativa, bisognerebbe lasciare almeno un posticino per un pizzico di sana autocritica; a maggior ragione quando si ha a che fare con la cosa pubblica.

I globalisti e l’autolesionismo elvetico

Globalisti, segreto bancario, investimenti finanziari, accordi di doppia imposizione e se in più ci aggiungiamo anche gli USA, la Germania e Geddhaffi, la ricetta del minestrone è pronta secondo la logica del “chi più ne ha, più ne metta”. E come stupirsi se di fronte ad un piatto ricco di confusione, vedendo utilizzare qua e là il termine “globalista”, qualche non addetto ai lavori o qualche distratto amante dell’attualità a pillole potrebbe pensare che con questa parola s’intenda descrivere erroenamente il profilo di un esagitato fan delle dinamiche globali, insomma una sorta di “anti-no-global”? E non è finita qui: queste stesse persone, una volta fatta la frettolosa associazione tra globalisti e ricconi che non pagano le tasse, non possono di certo fare a meno di inneggiare slogan alla faccia dell’ingiustizia sociale! D’altra parte è più facile reclamare che informarsi sulla realtà delle cose!

Partiamo da alcune definizioni. Secondo l’art. 13 della Legge tributaria ticinese, rispettivamente, l’art. 14 della Legge federale sull’imposta federale diretta (LIFD) hanno diritto allo statuto di globalista quelle “persone fisiche che, per la prima volta o dopo un’assenza di almeno dieci anni, acquisiscono domicilio o dimora fiscali in Svizzera senza esercitarvi attività lucrativa.” In particolare, questo statuto permette a queste persone di pagare un’imposta sul dispendio al posto dell’imposta sul reddito e sulla sostanza. Questa imposta “è calcolata in base al dispendio del contribuente e della sua famiglia e riscossa secondo la tariffa fiscale ordinaria”; tuttavia, questa deve corrispondere almeno all’imposta calcolata sull’insieme degli elementi imponibili in Svizzera, ovvero tutti i redditi e la sostanza mobiliare di fonte svizzera come pure la sostanza immobiliare situata nel cantone.

In maniera molto pragmatica, secondo il regolamento della Legge Tributaria ticinese, per i contribuenti che hanno un’economia domestica privata, il dispendio deve equivalere almeno a “un importo corrispondente al quintuplo della pigione o del valore locativo dell’appartamento in casa propria”; per gli altri contribuenti, invece, “il dispendio deve equivalere almeno all’importo corrispondente al doppio del prezzo di pensione per il vitto e l’alloggio, per gli altri contribuenti.” In ogni caso, il dispendio non dev’essere inferiore all’importo minimo fissato dall’erario cantonale per ogni anno fiscale (nel 2007 in Ticino esso ammontava a 165’000 franchi).

A questo punto la domanda sorge spontanea: è giusto che questi multi-milionari paghino le imposte secondo il dispendio e non in base all’aliquota progressiva come tutti i comuni cittadini? Per me la risposta è scontata, anche se non tirerei in ballo il concetto etico di giusto o sbagliato, bensì una sufficiente dose di buon senso e pragmatismo che spesso in economia giocano un ruolo fondamentale.

Innazitutto, è importante chiarire che una soppressione della tassazione globale non porterà di certo a maggiori entrate fiscali, ma ad un fuggi fuggi verso altri cantoni o altri Paesi. Questo lo avevano già capito anni fa, quei funzionari del fisco che avevano previsto questa particolare tassazione oggi ben salda nel diritto svizzero (RS 642.11, RS 642.14). Inoltre, questa soluzione è sorta come il modo più pragmatico di tassare persone difficilmente imponibili in quanto redditi e patrimoni si trovano anche all’estero. D’altra parte, nonostante le Convenzioni tra Paesi di doppia imposizione fiscale, le situazioni estere di queste persone sarebbero davvero difficilmente accertabili. In aggiunta a ciò, si tenga presente che i globalisti non sono esenti dalle imposte di successione e sulle donazioni e sono in ogni caso tenuti a pagare un minimo d’imposta qualora il metodo di calcolo basato sul dispendio non sia sufficientemente alto. Infine, basta un po’ di buon senso per capire che queste persone creano un importante indotto – non solo economico – che tocca l’economia, la cultura, lo sport, ecc.

Concludo ribadendo la risposta data in precedenza: sì ai globalisti, sì al buon senso, no all’ipocrisia dei giustizieri sociali e no ad un’inutile autolesionismo che di questi tempi potrebbe davvero far male a tutta la Svizzera.

Marco Passalia

I punti fermi dell’export elvetico

La Svizzera storicamente ha sempre mostrato un forte pragmatismo tanto nelle decisioni politiche quanto nelle scelte commerciali. Non si dice dunque nulla di stupefacente quando si afferma che la Svizzera oggigiorno è uno dei Paesi più aperti nelle relazioni d’affari con l’estero. Ma qual è il segreto? O meglio quali sono le caratteristiche principali di questo sistema-Paese votato all’esportazione? Come si può spiegare il fatto che quasi metà del prodotto interno lordo (PIL) sia legato all’esportazione? E gli investimenti diretti all’estero ben oltre i 500 miliardi di franchi? Ed il numero a sei zeri di persone impiegate da aziende elvetiche all’estero?

Innanzitutto, occorre fare presente che la politica economica estera svizzera con riferimento alla circolazione delle merci è estremamente liberale: se così non fosse, data la scarsità di materie prime, difficilmente si sarebbe raggiunto il primato in alcuni settori importanti come il farmaceutico o l’industria delle macchine utensili. A ciò si aggiunge la neutralità elvetica che nella pratica si è tradotta in un universalismo dell’approccio al resto del mondo, cercando cioè di limitare al massimo le disparità di trattamento tra Paesi e la partecipazione ad azioni sanzionatorie di natura economica (si pensi ai boicotti). Inoltre, occorre ricordare che la Svizzera da sempre è attiva nella promozione del libero scambio sia in seno all’Associazione Economica di Libero Scambio (AELS) che sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale del commercio (OMC).

La recente globalizzazione ha portato con sé tutta una serie di cambiamenti – positivi o negativi – più o meno osservabili istantaneamente. Se si guarda attentamente a questo fenomeno si nota che la sua nascita corrisponde ad una crescita più che proporzionale del traffico mondiale delle merci. E se si va più a fondo, si capisce subito che dietro a questo scenario vi sono tutta una serie di elementi chiave: dalla diminuzione dei costi di trasporto all’aumento di capacità dei container, dai progressi della tecnologia dell’informazione e della comunicazione alla riduzione delle misure tariffali, fino ad arrivare ai casi limite e molto discutibili di divisione internazionale del lavoro. Il risultato per la Svizzera è facilmente immaginabile: da una parte, vi è un aumento importante degli accordi di libero scambio al fine di ridurre od eliminare i tributi doganali all’importazione (di recente con Canada e Giappone e nei prossimi anni con Russia, Paesi del Golfo ed India). Dall’altra parte, invece, è aumentato il numero di destinazioni o Paesi d’importanza commerciale al di fuori dell’Europa (soprattutto Sud America, Asia Centrale e del Sud nonché Medio Oriente)

Quale mercato per le energie rinnovabili?

Il fatto che il tema dell’energia elettrica sia sempre attuale la dice lunga sulla sua rilevanza nella nostra società. Il crescente aumento del fabbisogno combinato ai molteplici requisiti imposti per soddisfare la domanda, ha indotto il Consiglio Federale ad adottare una politica energetica mirata ad un uso intelligente di questo bene prezioso alfine di garantirne l’approvvigionamento a costi sostenibili rispettando il nostro ambiente. Uno dei quattro pilastri della politica energetica è l’incentivazione di produzione di energia da fonti rinnovabili. A tale scopo è stato elaborato un piano d’azione con diverse misure specifiche, in primo luogo vi è la rimunerazione a copertura dei costi per l’immissione in rete di energia (RIC) che è un fondo (circa 300 mio.) messo a disposizione annualmente per compensare la differenza dei costi di produzione di energia rinnovabile con i costi di mercato dell’energia.

È noto che la produzione di energia rinnovabile è cara, in particolare il suo elevato costo unitario è dovuto da investimenti importanti degli impianti rispetto ad una resa piuttosto limitata. Dal punto di vista economico solo le grandi centrali idroelettriche sui fiumi che producono una parte dell’energia di banda e quelle predisposte con un bacino di contenimento per la produzione dell’energia di punta sono in termini assoluti redditizie rispetto ad altre fonti d’energia quale il nucleare o lo combustione fossile. È però anche risaputo che la produzione d’energia con fonti non rinnovabili ha degli effetti negativi nel nostro ambiente (emissione Co2, scorie, ecc.) che generano altri costi indiretti, inoltre l’esaurimento delle scorte inevitabilmente aumenta il costo di queste materie prime. Premesso che ad oggi è assolutamente impossibile fornire solo energia verde, né con la produzione propria né con l’importazione dall’estero, investire nelle energie rinnovabili è sicuramente un discorso lungimirante che però inevitabilmente si trova confrontato con la realtà delle leggi economiche. Chi è infatti disposto ad acquistare l’energia a dieci volte il suo prezzo attuale? Pochi e sicuramente non sono i grandi consumatori. Dei fondi citati in precedenza sono rimaste poche briciole; come agire dunque sul fronte delle energie rinnovabili?

Personalmente ritengo che a livello federale si debba fare anche un discorso di redditività degli impianti, ovvero dare la precedenza con le sovvenzioni agli impianti con la maggior resa. In secondo luogo ritengo fondamentale creare incentivi sul fronte della ricerca e dello sviluppo per elaborare soluzioni energetiche economicamente autonome aumentando in particolare i fondi previsti per i nostri istituti universitari e sostenere le industrie che investono in questo campo. Altro aspetto sicuramente da non tralasciare è il crescente mercato internazionale dei certificati verdi. Non va infatti dimenticato che altre nazioni non hanno il medesimo potenziale di produzione, mentre la Svizzera con il suo caratteristico paesaggio alpino beneficia infatti di molte possibilità per la produzione di energia elettrica e di calore, tramite l’idroelettrico in primo luogo oltre ad altre fonti quali biomassa, termica, eolico e fotovoltaico. Questi certificati sono molto richiesti specie in quelle nazioni (quali ad esempio l’Inghilterra) che hanno basato il costo dell’energia secondo la regola chi più inquina più paga e che quindi possono compensare l’utilizzo di energia grigia con l’acquisto di certificati verdi. Infine una nota va indirizzata anche agli enti cantonali e alle città che oltre a sostenere la politica federale in materia sono del tutto legittimati ad elaborare la propria strategia per favorire lo sviluppo di queste energie, per mezzo di crediti mirati ed incentivi non solo per la produzione ma anche per gli impianti domestici (termopompe, fotovoltaico, ecc). Le opportunità ambientali ed economiche ci sono e la Svizzera è il paese che sicuramente dovrà coglierle.

Marco Passalia

Caro imprenditore…

“Caro imprenditore ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome siamo in un periodo di crisi più forte ti scriverò”. Queste sarebbero state le prime parole di un testo di Lucio Dalla se solo avesse voluto dedicare una canzone alla figura dell’imprenditore. Ed a mio parere la canzone avrebbe potuto continuare così…

“Stimato amico imprenditore, tu rappresenti un miscuglio di dinamismo e di sana pazzia, ma spesso vieni anche criticato e molte volte mitizzato. Gusto del rischio, volontà di mettersi in gioco, spirito innovativo, sono solo queste le tue qualità? Oppure sei spinto anche da altri valori quali la solidarietà? O forse sei solo mosso da un’ambizione indefinita e vaga?”

“Vedi caro amico, cosa ti scrivo e ti dico” – continuerebbe Dalla – “in questo periodo di crisi sembra che solo tu e la tua azienda siate toccati, ma la verità è che tutta la società sta cominciando a sentire gli effetti nefasti della congiuntura negativa. Mero pessimismo? Non lo so, ma so che non basta l’ottimismo per superare dei problemi strutturali insiti nel nostro sistema economico. Sarei curioso di sentire la tua opinione su questo e su altri temi. Sul segreto bancario ad esempio credo che tu come qualunque altro cittadino siate molto legati alla tutela della sfera privata anche sotto il punto di vista fiscale, ma sul ruolo delle banche, invece, cosa ne pensi? Credi veramente che le banche debbano tornare alla loro funzione originaria di intermediari finanziari, ovvero prendere in prestito e prestare denaro, lasciando perdere quelle attività di investment banking che tanto hanno fatto male al sistema finanziario? Ma non hai forse beneficiato anche tu di queste attività bancarie? Caro amico, più scrivo, più credo che avremmo molto su cui discutere: certo che di temi caldi ce ne sono molto di questi tempi. Parliamo allora del ruolo dello Stato. Fino a ieri nessuno avrebbe visto di buon occhio l’intervento statale all’interno di questo sistema economico globalizzante figlio del liberalismo. Oggi, invece, vediamo colossi bancari e multinazionali industriali in caduta libera, banche che vengono coperte dalla mano pubblica, aziende che usufruiscono di vari strumenti di sostegno offerti dallo Stato e, in generale, l’intero settore economico che abbisogna delle misure anti-crisi proposte dai vari livelli di governo di tutto il mondo. Non mi sento di dire cosa è giusto o sbagliato, tuttavia rimango con la convinzione che lo Stato deve intervenire laddove il privato fallisce. Cosa ne pensi? C’è troppo allarmismo oppure credi che lo Stato stia agendo in maniera adeguata?”

L’inizio della canzone di Dalla credo che l’avrei azzeccato, ma non ne sarei così certo. Sono però sicuro che anche Lucio Dalla avrebbe terminato dicendo che “l’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sta preparando questa è la novità, mentre tu caro amico imprenditore già eri pronto. Carissimo, concludo sperando che tu possa rispondere presto.”

Con stima ed amicizia

Marco