Io, Suzy e i Led Zeppelin*

Il titolo alquanto bizzarro della rubrica dedicata allo sguardo sull’economia di questa settimana ha sicuramente incuriosito qualche attento lettore amante delle frasi in grassetto a tal punto che la domanda sorge spontanea: “Cosa c’entrano Suzy ed i Led Zeppelin con l’economia?” E la risposta ve la do subito: “Assolutamente niente!” Lasciatemi allora replicare con una domanda: “Cosa c’entrano quelle misure anti-crisi demagogiche attualmente di moda con l’economia?” A voi la risposta, a me il tentativo di elaborare una spiegazione oggettiva elencando gli strumenti tipicamente a disposizione dello Stato.

Gli strumenti più importanti a disposizione di uno Stato per influenzare l’andamento dell’economia e quindi del settore privato sono essenzialmente riconducibili a tre elementi: la politica monetaria, la politica fiscale ed altre varie politiche.

Quando si parla di politica monetaria s’intende tutto ciò che può essere proposto da una banca centrale di un Paese (in Svizzera la Banca Nazionale Svizzera – BNS) per influenzare il settore privato attraverso il controllo dell’offerta di moneta, dei tassi d’interesse e del credito. A questo punto – data l’indipendenza di una banca centrale – i margini di manovra per influenzare l’economia sono strettamente legati alle analisi ed alle decisioni di questa entità. Tanto per capirci, ad esempio, recentemente la BNS ha deciso di tagliare di un ulteriore mezzo punto percentuale il suo tasso direttore andando in fin dei conti a stimolare la spesa delle imprese e dei consumatori.

Siamo, dunque, d’accordo che la politica monetaria dipende dall’azione di una banca centrale che in tutti i Paesi industrializzati è indipendente dal potere politico. Da ciò si evince che l’intervento diretto sull’economia da parte dello Stato è più legato alle politiche fiscali ed alle altre politiche. In quest’ottica è interessante rilevare che ad esempio una politica commerciale estera molto liberale ed aperta come quella svizzera contribuisce a sostenere l’economia. In particolare, per andare un po’ più in dettaglio, quando la Ministra dell’Economia Doris Leuthard parla di miglior accesso ai mercati quale provvedimento anti-crisi intende dire che tramite accordi di libero scambio (bilaterali o multilaterali cumulativi trasversalmente e non) si vuole garantire alle aziende esportatrici un vantaggio concorrenziale dovuto all’abbassamento o all’annullamento dei dazi doganali.

Si potrebbe parlare anche di altre politiche meno rilevanti che possono essere proposte dallo Stato, ma che in fin dei conti sono strettamente correlate alla politica fiscale. Questo importante strumento si fonda su due pilastri portanti: il primo è il prelievo fiscale, ovvero le imposte dirette più o meno progressive prelevate dai vari livelli amministrativi, le imposte indirette quali l’IVA, ecc. Il secondo, invece, è rappresentato dalla spesa pubblica che in maniera molto semplicistica può essere suddivisa negli investimenti pubblici e nella spesa per i consumi. Detto ciò, è possibile fare qualsiasi proposta come quella di garantire la formazione del personale aziendale e degli apprendisti, di insistere sul lavoro ridotto sovvenzionato dallo Stato, di sgravare fiscalmente determinati investimenti e determinate classi di reddito o contribuenti (aziende o persone fisiche). Tuttavia, occorre tenere presente un elemento essenziale: l’aspetto temporale. A dipendenza del tipo di politica fiscale sulla quale si vuole insistere vi sono problemi di applicabilità immediata, rispettivamente, ritardata dal processo politico. Inoltre, occorre anche tenere presente che tramite la politica fiscale gli effetti positivi sono solitamente più immediati visto che si agisce più direttamente sulla spesa del consumatore o del produttore.

Per concludere, invito il lettore a fare attenzione a certi slogan anti-crisi propinati che non c’entrano niente. Se le cose sono così, allora, non posso che suggerirvi di leggere il simpatico libro di Millar Martin che per quanto non c’entri con l’economia per lo meno fa trascorrere qualche istante di relax.

* Titolo ispirato all’omonimo libro dell’autore Millar Martin

(apparso su Popolo e Libertà, 19 dicembre 2008)

Eravamo quattro amici al bar

Ispirandomi ad una vecchia canzone di un cantautore italiano mi pare originale, forse al limite dell’eccentrico, affrontare il tema della crisi finanziaria proponendo i diversi punti di vista di quattro amici che s’incontrano al bar per un caffè: il signor Primo, l’arrabbiato; il signor Secondo, l’impaurito; il signor Terzo, il razionale ed il signor Quarto, il riflessivo.

Per nome e per indole Primo prende parola tuffandosi polemicamente e criticamente nel tema: “Basta subprime, basta speculazioni e basta finanziamenti pubblici alle banche! Io faccio fatica a sbarcare il lunario con un unico stipendio in famiglia, mentre le borse bruciano miliardi come neve al sole! E come sempre, in fin dei conti, a pagare sono i cittadini!” D’altra parte, come si può biasimare l’incavolatura di chi vede il problema da lontano, ma si sente toccato pur non sapendo cosa sta effettivamente accadendo.

Naturalmente, Secondo – con atteggiamento pavido ed un po’ più consapevole – non può non parlare di quali ragioni, a suo modesto parere, hanno portato alla crisi: “Ne abbiamo sentite di tutti i colori dalle congetture di emeriti professori ai rapporti tecnici di analisti finanziari, dalle opinioni critiche del vicino di casa alle rassicurazioni del proprio banchiere di fiducia. Io sono convinto che l’instabilità del sistema finanziario non è unicamente riconducibile ai mutui subprime. Per me, il problema è che non si è messo il giusto accento sulla regolamentazione dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie. In fondo, per avere stabilità avremmo semplicemente bisogno di un sistema finanziario funzionante dominato da regole chiare e che possa anche tutelare i risparmiatori”.

Da osservatore esterno, mi sentirei piuttosto d’accordo con queste ultime affermazioni, ma ritengo che questa chiave di lettura non sia completa. Chissà cosa hanno da dire gli altri due.

“Caro Secondo – interviene Terzo – essenzialmente sono d’accordo con te, ma non si può sorvolare sul deserto lasciato dai subprime. Mi preme ricordarti che questi prestiti subprime sono stati concessi a quelle persone che non riescono ad accedere ai tassi di interesse di mercato a causa della propria storia di debitore piuttosto problematica. Ti chiederai dov’è il problema, giusto? Semplice: questi prestiti risultano rischiosi, per i debitori, per via degli alti tassi d’interesse, ma anche per i creditori, a causa di una situazione finanziaria del debitore piuttosto nebulosa. Quindi, se da una parte può sembrare positivo il fatto di concedere l’accesso al mercato del credito a chi altrimenti non l’avrebbe, dall’altra, mi sembra chiaro che queste formule creditizie siano piuttosto sibilline. Sembra quasi che gli istituti finanziari abbiano preso alla lettera il concetto di massimizzazione dei profitti. Forse sono troppo critico nei confronti di chi ha promosso questi prodotti, ma i fatti hanno dimostrato che molto debitori sono caduti nell’insolvenza e molti creditori sono finiti in bancarotta”.

Da uditore esterno, mi sembra di capire che non è difficile gettare critiche sulle dinamiche che hanno colpito il sistema finanziario, tuttavia credo che non sia sufficiente limitarsi ad un’analisi oggettiva o soggettiva di cosa è accaduto. Occorre fare delle nuove proposte, ma non vorrei parlar troppo presto senza aver sentito il signor Quarto.

“Cari amici, vi ho ascoltato con piacere – interviene il signor Quarto – tuttavia, credo che abbiamo dimenticato un aspetto fondamentale, ovvero la necessità di cambiare. Nella crisi degli anni ’30 si optò per le teorie macroeconomiche keynesiane, più tardi, nella crisi degli anni ’70 si marciò nella direzione di Friedman e dei monetaristi. Non è forse giunto il momento di tornare a riflettere sul funzionamento stesso del sistema finanziario? È opinabile l’atteggiamento degli istituti bancari votati alla massimizzazione del profitto così come lo è il fatto di aver trascurato la propria funzione, quasi pubblica, di intermediari finanziari che fanno girare l’economia. E si può dire molto anche sulla necessità di pompare liquidità nei mercati o sul salvagente statale da lanciare ad ogni banca a rischio. Tuttavia, credo che sia necessario fermarsi un momento a contemplare due pilastri del sistema economico: il primo è l’economia reale, ovvero quella produzione economica che si può toccare con mano e che garantisce la crescita del sistema. Il secondo è la certezza che il sistema finanziario non garantisce la certezza: il sistema economico è inadatto, mostra dei chiari problemi e si basa su concezioni teoriche vecchie di cent’anni. Forse anche in questo campo ci sarebbe un bel po’ di lavoro da svolgere, magari in una nuova Bretton Woods”.

(apparso su Popolo e Libertà, 10 ottobre 2008)