Eravamo quattro amici al bar

Ispirandomi ad una vecchia canzone di un cantautore italiano mi pare originale, forse al limite dell’eccentrico, affrontare il tema della crisi finanziaria proponendo i diversi punti di vista di quattro amici che s’incontrano al bar per un caffè: il signor Primo, l’arrabbiato; il signor Secondo, l’impaurito; il signor Terzo, il razionale ed il signor Quarto, il riflessivo.

Per nome e per indole Primo prende parola tuffandosi polemicamente e criticamente nel tema: “Basta subprime, basta speculazioni e basta finanziamenti pubblici alle banche! Io faccio fatica a sbarcare il lunario con un unico stipendio in famiglia, mentre le borse bruciano miliardi come neve al sole! E come sempre, in fin dei conti, a pagare sono i cittadini!” D’altra parte, come si può biasimare l’incavolatura di chi vede il problema da lontano, ma si sente toccato pur non sapendo cosa sta effettivamente accadendo.

Naturalmente, Secondo – con atteggiamento pavido ed un po’ più consapevole – non può non parlare di quali ragioni, a suo modesto parere, hanno portato alla crisi: “Ne abbiamo sentite di tutti i colori dalle congetture di emeriti professori ai rapporti tecnici di analisti finanziari, dalle opinioni critiche del vicino di casa alle rassicurazioni del proprio banchiere di fiducia. Io sono convinto che l’instabilità del sistema finanziario non è unicamente riconducibile ai mutui subprime. Per me, il problema è che non si è messo il giusto accento sulla regolamentazione dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie. In fondo, per avere stabilità avremmo semplicemente bisogno di un sistema finanziario funzionante dominato da regole chiare e che possa anche tutelare i risparmiatori”.

Da osservatore esterno, mi sentirei piuttosto d’accordo con queste ultime affermazioni, ma ritengo che questa chiave di lettura non sia completa. Chissà cosa hanno da dire gli altri due.

“Caro Secondo – interviene Terzo – essenzialmente sono d’accordo con te, ma non si può sorvolare sul deserto lasciato dai subprime. Mi preme ricordarti che questi prestiti subprime sono stati concessi a quelle persone che non riescono ad accedere ai tassi di interesse di mercato a causa della propria storia di debitore piuttosto problematica. Ti chiederai dov’è il problema, giusto? Semplice: questi prestiti risultano rischiosi, per i debitori, per via degli alti tassi d’interesse, ma anche per i creditori, a causa di una situazione finanziaria del debitore piuttosto nebulosa. Quindi, se da una parte può sembrare positivo il fatto di concedere l’accesso al mercato del credito a chi altrimenti non l’avrebbe, dall’altra, mi sembra chiaro che queste formule creditizie siano piuttosto sibilline. Sembra quasi che gli istituti finanziari abbiano preso alla lettera il concetto di massimizzazione dei profitti. Forse sono troppo critico nei confronti di chi ha promosso questi prodotti, ma i fatti hanno dimostrato che molto debitori sono caduti nell’insolvenza e molti creditori sono finiti in bancarotta”.

Da uditore esterno, mi sembra di capire che non è difficile gettare critiche sulle dinamiche che hanno colpito il sistema finanziario, tuttavia credo che non sia sufficiente limitarsi ad un’analisi oggettiva o soggettiva di cosa è accaduto. Occorre fare delle nuove proposte, ma non vorrei parlar troppo presto senza aver sentito il signor Quarto.

“Cari amici, vi ho ascoltato con piacere – interviene il signor Quarto – tuttavia, credo che abbiamo dimenticato un aspetto fondamentale, ovvero la necessità di cambiare. Nella crisi degli anni ’30 si optò per le teorie macroeconomiche keynesiane, più tardi, nella crisi degli anni ’70 si marciò nella direzione di Friedman e dei monetaristi. Non è forse giunto il momento di tornare a riflettere sul funzionamento stesso del sistema finanziario? È opinabile l’atteggiamento degli istituti bancari votati alla massimizzazione del profitto così come lo è il fatto di aver trascurato la propria funzione, quasi pubblica, di intermediari finanziari che fanno girare l’economia. E si può dire molto anche sulla necessità di pompare liquidità nei mercati o sul salvagente statale da lanciare ad ogni banca a rischio. Tuttavia, credo che sia necessario fermarsi un momento a contemplare due pilastri del sistema economico: il primo è l’economia reale, ovvero quella produzione economica che si può toccare con mano e che garantisce la crescita del sistema. Il secondo è la certezza che il sistema finanziario non garantisce la certezza: il sistema economico è inadatto, mostra dei chiari problemi e si basa su concezioni teoriche vecchie di cent’anni. Forse anche in questo campo ci sarebbe un bel po’ di lavoro da svolgere, magari in una nuova Bretton Woods”.

(apparso su Popolo e Libertà, 10 ottobre 2008)