Accordi di libero scambio: strumento indispensabile per l’economia svizzera

Ad oggi la Svizzera ha siglato oltre 30 accordi di libero scambio (ALS), tra cui la Convezione dell’Associazione economica di libero scambio (AELS) e l’ALS con l’Unione europea (UE). Tra gli ultimi in ordine di tempo, è importante citare la firma del trattato bilaterale Svizzera-Cina, che dovrebbe entrare in vigore nel corso del 2014. Nel frattempo la Confederazione continua la strada dei trattati, sia bilaterali sia in seno all’AELS, con vari partner tra cui Algeria, Guatemala, Honduras, India, Indonesia, Malesia, Russia (con Bielorussia e Kazakistan), Tailandia e Vietnam.

La Svizzera è un Paese dall’economia ad orientamento fortemente internazionale e altamente integrato nell’economia mondiale. Gli scambi commerciali e gli investimenti internazionali sono determinanti per la nostra prosperità ed è quindi fondamentale continuare a sostenere le aziende nell’accesso ai mercati esteri anche e soprattutto attraverso la creazione di nuovi partenariati commerciali con mercati emergenti. Ma quanto sono importanti gli ALS per l’economia elevetica?

Gli accordi di libero scambio, secondo la SECO (www.seco.admin.ch/themen/00513/00515/01330/index.html?lang=it), ad eccezione del trattato con l’UE, coprono il 22,6% delle esportazioni svizzere totali, il che corrisponde al 51% delle esportazioni del nostro Paese verso mercati al di fuori dell’Unione Europea. Le cifre dimostrano come gli ALS con partner esterni all’UE forniscono un migliore accesso al mercato con oltre 2 miliardi di consumatori e un prodotto interno lordo (PIL) superiore ai 22’000 miliardi di franchi. Gli accordi di libero scambio portano quindi un notevole aumento degli affari commerciali: nel 2011 ad esempio, le importazioni svizzere da partner legati ad un ALS ammontavano all’83%, mentre le esportazioni verso tali Paesi si attestavano al 71%

Secondo un’analisi della SECO, effettuata tra il 1988 e il 2008, è emerso come il commercio estero internazionale della Svizzera (ovvero la somma di tutte le esportazioni e le importazioni) sia aumentato, annualmente, di circa il 5,7%. Il nostro Paese, grazie agli ALS, ha avuto una crescita molto più rapida delle esportazioni: il commercio con i partner degli ALS, nei primi quattro anni dall’entrata in vigore dei rispettivi trattati, è aumentato di oltre il 10% all’anno. I flussi commerciali con i Paesi con i quali è stato concluso un accordo risulta quindi nettamente superiore rispetto alle transazioni con Paesi terzi. Le agevolazioni legate alla riduzione o all’eliminazione dei dazi doganali verso i Paesi con cui la Svizzera ha stipulato un trattato sono stati apprezzati da numerose imprese elvetiche che hanno poi saputo cogliere diverse opportunità di business all’estero. Le cifre del 2008 indicano che l’economia esportazione elvetica ha risparmiato circa 420 milioni di franchi grazie ai vari trattati siglati negli anni e alle conseguenti riduzioni dei dazi.

I benefici degli ALS non toccano esclusivamente le aziende esportatrici, ma, al di qua della nostra frontiera, anche i consumatori possono vantare prezzi più convenienti e una vasta scelta di prodotti provenienti da Paesi partner. Le materie prime, poco disponibili sul territorio elvetico, sono – grazie ai trattati internazionali – molto più accessibili per le nostre aziende che possono così produrre a prezzi più vantaggiosi. I vantaggi degli ALS non sono quindi “solo” riconducibili a minori dazi doganali nelle esportazioni, ma completano tutta una serie di servizi che rendono più competitivo anche il nostro mercato interno.

Infine, vi sono ripercussioni positive anche sugli investimenti diretti della Svizzera. La SECO ha infatti analizzato i dati tra il 1988 e il 2007: in questo periodo i flussi di capitale complessivi dalla nostra Confederazione verso i Paesi Partner sono stati di oltre 23 miliardi di franchi, ovvero il 5% dell’intero volume delle esportazioni di capitale della Svizzera. Negli anni 1988-2007 l’ammontare degli investimenti diretti svizzeri all’estero è cresciuto in media del 12,6%, mentre l’aumento del capitale nei Paesi partner nei quattro anni successivi all’entrata in vigore dei rispettivi ALS è lievitato in media del 18%.

L’analisi della SECO non è entrata nello specifico dell’ALS con l’Unione europea. Quest’ultimo è invece stato al centro dell’attenzione di un recente studio di Switzerland Global Enterprise (S-GE), dove è emerso che nel 2012 l’ALS con l’UE nel solo settore industriale ha generato risparmi sui dazi per un importo pari a quasi un miliardo di franchi.

La strada degli ALS deve quindi proseguire in questa direzione favorevole all’economia elvetica e ricordiamo che la Confederazione è in fase di discussione con diversi Paesi e nuovi mercati summenzionati. Per completare la discussione, questa tematica sarà approfondita durante la tradizionale Giornata dell’Export 2014 che si svolgerà nella prima settimana di febbraio. Vi aspettiamo numerosi a questo evento i cui dettagli saranno resi noti a breve sui siti internet della Cc-Ti e di S-GE.

Marco Passalia, responsabile servizio Export e Legalizzazioni Cc-Ti

Monica Zurfluh, Responsabile Switzerland-GE per la Svizzera italiana

Origine delle merci: la long term declaration

L’origine delle merci è un tema molto complesso, ampio ed in continuo divenire. La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino (Cc-Ti), in collaborazione con Switzerland Global Enterprise (già Osec), svolge un ruolo fondamentale in questo ambito, in particolare per quanto riguarda l’origine non preferenziale. ll Servizio Export della Cc-Ti ha il compito di certificare l’origine dei prodotti esportati dalle aziende ticinesi basandosi sull’applicazione delle regole d’origine non preferenziali stabilite in due ordinanze federali. Ciò si concretizza nella prova documentale (certificato d’origine e/o attestazione dell’origine su fattura) che accompagna la merce all’estero fino al Paese di destinazione. Queste prove d’origine, comunemente chiamati certificati d’origine, vengono utilizzate per l’importazione all’estero, per l’applicazione di misure di politica commerciale, per finalità statistiche, per procedere ad una rivendita, ecc. Le regole d’origine summenzionate definiscono le condizioni alle quali devono sottostare i prodotti al fine di poter essere dichiarati originari di un Paese nei quali sono stati interamente ottenuti oppure sufficientemente lavorati o trasformati.

Come si denota da queste righe iniziali, il campo è vasto e la materia è in continua evoluzione. La tematica si espande ancor più se si inserisce anche l’origine preferenziale delle merci, ovvero in presenza di accordi di libero scambio tra i Paesi. Molte sono le richieste che giungono anche su questo fronte e la Direzione delle Dogane del nostro circondario svolge un ruolo fondamentale nell’aiutare le diverse imprese a districarsi tra i vari accordi, criteri d’origine e prove documentali valide.

Le richieste alle aziende svizzere

Tra le varie richieste che giungono alla Cc-Ti e a Switzerland-GE a scadenza regolare figurano quelle relative alla “Dichiarazione di lungo termine”: in particolare le aziende chiedono se questa tipologia di dichiarazione – sia nell’ambito dell’origine preferenziale che in quello non preferenziale – può essere rilasciata da un’azienda svizzera nel contesto europeo così da considerarla come prova documentale ufficiale.

Per rispondere a questa domanda, è possibile leggere una chiara posizione sul sito web dell’Amministrazione federale delle Dogane. In generale, nello scambio di merci tra l’Unione Europea (UE) e la Svizzera (in seno all’Associazione economica di libero scambio) per beneficiare dell’origine preferenziale e dei relativi vantaggi derivanti dagli accordi occorre sempre usare la giusta prova d’origine sotto forma di certificato di circolazione delle merci EUR.1 o EURO-MED oppure sotto forma di dichiarazione d’origine su fattura. Ebbene, come afferma chiaramente la dogana svizzera, “può accadere che ditte dell’UE richiedano erroneamente dai fornitori svizzeri le dichiarazioni a lungo termine. Per il traffico transfrontaliero delle merci sono tuttavia previsti soltanto i certificati di circolazione delle merci, rispettivamente la dichiarazione su fattura o su un altro documento commerciale che si riferiscono sempre soltanto a una fornitura concreta. Per mancanza di basi legali le dichiarazioni dei fornitori non possono quindi essere utilizzate nel traffico transfrontaliero delle merci e sono quindi prive di qualsiasi valore legale” (www.dogana.ch).

L’unione doganale europea

All’interno dell’UE, lo speditore, che fornisce regolarmente ad un acquirente europeo merci di cui si prevede che il carattere originario preferenziale resti costante per lunghi periodi di tempo, può presentare un’unica dichiarazione che copra invii successivi di queste merci, denominata “dichiarazione a lungo termine” o “long term declaration”. Di norma, la dichiarazione a lungo termine può riferirsi ad un periodo di un anno o meno a decorrere dalla data di presentazione della dichiarazione. Ciò avviene come detto all’interno degli scambi intracomunitari, ad esempio, per una spedizione dalla Germania verso la Francia. L’UE infatti, essendo un’unione doganale, al suo interno non ha la possibilità di indicare i flussi di merce in esportazione o in importazione. All’interno dei Paesi europei le merci circolano liberamente senza controlli od operazioni doganali.

Ai sensi del regolamento comunitario (CE) 1207/2001, del regolamento comunitario (CE) 1617/2006 e dell’accordo di libero scambio tra la Comunità europea e i Paesi dell’AELS (Svizzera, Islanda, Liechtenstein e Norvegia), la dichiarazione a lungo termine è necessaria solo quando l’autorità di uno Stato europeo desidera controllare una cessione intracomunitaria. Pertanto, come ribadito in precedenza, i Paesi dell’AELS, secondo l’accordo di libero scambio CE-AELS, devono rilasciare un certificato di circolazione delle merci EUR 1, EUR-MED o la corrispondente dichiarazione di origine.

Qualche spunto per una corretta compravendita internazionale

Soffermiamoci un momento a pensare al numero di transazioni commerciali che vengono effettuate ogni giorno a livello globale, alla varietà degli scambi, al loro valore economico,… ciò ci fa intuire  che nel commercio internazionale la vendita è da sempre la forma di “contratto” per eccellenza. Molte però sono anche le problematiche a cui bisogna far fronte quando lo scambio non avviene nel modo giusto. Tra compratore e venditore possono infatti sussistere diverse incomprensioni legate al tipo di merce, di settore, di contratto, ecc. che sicuramente è meglio evitare. Pensiamo ad esempio alla fornitura di un aspirapolvere o di un paio di scarpe, beni di consumo che un negozio estero acquirente rivenderà ad un cliente privato. Oppure al giorno d’oggi è sempre più in voga acquistare via internet e molti Paesi europei accordano al compratore alcune tutele, come ad esempio il diritto di cambiare idea o di annullare l’ordine. O ancora vi sono altri tipi di contratto per il commercio di materie prime che prevedono ulteriori direttive dettate dal tipo di bene e dall’area geografica,… Questi tipi di scambi internazionali  (e i molti altri che non abbiamo evidenziato per questioni di spazio) si inseriscono nella nozione di vendita internazionale e sono regolate dalla Convenzione di Vienna del 1980.

La Convenzione di Vienna

Questo trattato internazionale, siglato nell’ambito delle Nazioni Unite, stabilisce una serie di norme concepite con l’obiettivo di uniformare la regolamentazione legale fra Stati con diverse normative e, in alcuni casi, con sistemi giuridici molto diversi. Ad oggi 77 Paesi, molti differenti tra loro per sviluppo e sistemi legali, hanno aderito a questa convenzione.  Solo per citare qualche esempio vi sono l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti, la Svizzera, la Russia, il Giappone, la Cina, il Canada ed il Perù.

È importante sottolineare che la Convenzione di Vienna si applica esclusivamente ai contratti di vendita di beni mobili fra due parti le cui “sedi di affari”  (ovvero le “stabili organizzazioni” dell’impresa) si trovano in Stati differenti, purché si verifichi almeno una delle seguenti condizioni: gli Stati delle due parti interessate devono aver aderito alla Convenzione, oppure al contratto si applica la legge di uno Stato che ha aderito al trattato; oppure il contratto prevede espressamente l’applicazione della Convenzione.

Il documento viennese non disciplina però alcuni punti, tra i quali quelli relativi alla durata e alla validità del contratto, agli effetti del contratto sulla titolarità della merce e quelli sulla truffa contrattuale ed i vizi del contratto.

Tre aspetti principali

Quando si intraprende una compravendita a livello internazionale è bene tenere presente tre aspetti: le condizioni generali di vendita, il testo del contratto, l’ordine e la relativa conferma d’ordine. In genere, per chi opera spesso con operazioni commerciali internazionali vale la pena investire nello sforzo della redazione delle condizioni generali di vendita (o di acquisto). Questo testo ha lo scopo di fissare alcune regole che si applicano a tutti gli scambi tra il venditore e il compratore. Così facendo, ogni volta che si intraprende una nuova transazione tra le parti, non è più necessario negoziare i singoli aspetti.

Qualora invece la vendita, o l’acquisto, avvengano senza queste condizioni generali – oppure vi sia un prodotto particolare e complesso – è necessario redigere un contratto ad hoc. In questo caso, oltre ai principali punti da inserire, è consigliabile soffermarsi con accuratezza sul collegamento fra consegna, qualità e pagamento (esiste un credito documentario? Quando il pagamento diventa esigibile? Come avviene la consegna?…).

Con ordini occasionali o di poca complessità è prassi molto diffusa ricorrere ad una modalità più sintetica di un contratto ad hoc. In questo caso è utile tenere presente i seguenti passaggi: il compratore invia al venditore un ordine scritto, quest’ultimo ritorna una conferma d’ordine chiedendone l’accettazione scritta che verrà in seguito rinviata dal compratore.

Documenti in perfetto stato

Infine, per evitare controversie è necessario che tutti i documenti prodotti durante la trattativa siano presenti e soprattutto non in contraddizione tra loro. I documenti a cui facciamo riferimento sono numerosi e provengono da diversi attori coinvolti nella compravendita (banche, assicurazioni, dogane, spedizionieri, camere di commercio,…). Si tratta ad esempio di fatture commerciali, del contratto di assicurazione, delle modifiche del contratto di vendita, del credito documentario, di documenti doganali, del certificato d’origine,…

Per concludere, constatiamo quotidianamente che sono numerose le problematiche a cui far fronte in una transazione compravendita internazionale. Per questo motivo la Cc-Ti, in collaborazione con l’Osec, propone il prossimo 30 aprile un corso interamente dedicato alla contrattualistica nell’ambito internazionale. Maggiori informazioni sul sito: www.cc-ti.ch/corsi.

Marco Passalia, vice direttore Cc-Ti

Monica Zurfluh, responsabile per la Svizzera italiana Switzerland Global Enterprise 

Export: motore dell’economia elvetica

L’andamento del commercio con l’estero della Svizzera rappresenta oggi più che mai il termometro per misurare lo stato di salute dell’economia elvetica, un Paese che da sempre ha orientato i propri prodotti verso i mercati esteri. Ma l’ambito dell’export è molto di più: competenze specifiche e di ampio raggio, posti di lavoro qualificati, utili e gettiti fiscali in Svizzera, collaborazione costante ed imprescindibile con banche, assicurazioni, fiduciarie ed altri prestatori di servizio, indotto e commesse per il tessuto economico locale, grandi opportunità di diversificare i mercati ed i rischi a livello internazionale e, non da ultimo, lo sviluppo di una maggiore propensione a ragionare e fare impresa in termini globali.

 

Parlando di commercio con l’estero è naturale per chiunque pensare ai prodotti venduti in tutto il mondo dalle nostre aziende. In quest’ottica è importante inquadrare la situazione attuale. In generale, in base ai dati ufficiali dell’amministrazione federale delle Dogane, le esportazioni elvetiche hanno chiuso il 2012 con soddisfazione soprattutto per i settori orologiero, chimico-farmaceutico e delle derrate alimentari. In pratica, c’è stato un inizio di 2012 fiacco ai blocchi di partenza con un recupero di vigore nella seconda parte dell’anno; anche il flusso delle vendite si è orientato con maggior interesse verso il Sud America, verso gli Stati Uniti, tornati alla ribalta, e con rotte diversificate su Asia, Medio Oriente e Nord Africa.

 

Informazioni certamente interessanti, ma poste in questi termini non ci fanno capire la reale portata ed importanza del commercio con l’estero per tutta l’economia elvetica. Innanzitutto, quando si parla di Svizzera a vocazione internazionale si intende un Paese con un saldo positivo della bilancia commerciale (24 miliardi di franchi nel 2011), dove le esportazioni crescono a ritmi apprezzabili (4.2% in media nella decade 2001-2011) e dove viene effettivamente creato valore aggiunto grazie alla manodopera qualificata ed agli investimenti in tecnologia, ricerca e sviluppo nonché in innovazioni di prodotto o processo. Naturalmente, anche il contributo alla crescita economica elvetica da parte del settore dell’export nel suo insieme risulta importante visto che corrisponde a circa il 35% del PIL. Esportazioni che storicamente sono spinte soprattutto dai settori dell’industria chimica e farmaceutica, dell’orologeria, degli strumenti di precisione nonché delle macchine e degli apparecchi elettronici.

 

In secondo luogo, parlare di esportazioni significa promuovere l’immagine della Svizzera in tutto il mondo. Se menzioniamo due settori di punta come l’orologiero e il chimico-farmaceutico, ci riferiamo a due ambiti d’eccellenza elvetica che non solo fanno sorridere la bilancia dei pagamenti dello Stato, ma che portano con sé anche un’immagine positiva, di qualità, di tecnologia e di innovazione con evidenti benefici per tutto il “Made in Switzerland”. Insomma, le aziende e i prodotti svizzeri sono ottimi ambasciatori del nostro Paese.

 

In terzo luogo, è importante capire il valore aggiunto derivante dalle aziende attive nel commercio con l’estero. Le risorse umane impiegate in questo ambito devono conoscere varie lingue, avere competenze specifiche, essere costantemente informate sulle novità globali e mostrare una chiara apertura mentale nell’affrontare i mercati internazionali.

Le aziende devono investire parecchio nella formazione del personale, nella ricerca e nello sviluppo, nell’acquisto di nuovi macchinari, nella concretizzazione di prodotti e processi innovativi, nell’immagine e reputazione della propria azienda e così via.

Naturalmente, a beneficiarne non sarà solo lo Stato nei vari livelli grazie agli utili e ai gettiti fiscali che vengono a crearsi, ma anche il tessuto economico locale che riceve commesse in termini di prodotti semi-lavorati nonché le banche, le assicurazioni, le fiduciarie ed altri prestatori di servizio che in un modo o nell’altro collaborano con le aziende esportatrici.

 

Per concludere, è importante sottolineare che a nostro parere il commercio con l’estero è tutt’ora sottovalutato dalle aziende, da vari attori dell’economia, dalla politica, ma anche e soprattutto dai media. Dal canto nostro, siamo convinti che la strada del sostegno a chi è attivo nell’export è sì in salita, ma porterà certamente verso traguardi interessanti e premianti per tutto il sistema socioeconomico cantonale e nazionale. Quindi, occorre migliorare la percezione e la sensibilità di tutti verso un ambito che oggi più che mai potrebbe creare più opportunità e benessere per tutti gli svizzeri tenendo sempre presente che la ricchezza non è un dato acquisito e nemmeno un diritto di nascita.

Ecco perché in occasioni pubbliche come “La giornata dell’export” insistiamo sull’importanza per il nostro Paese di stipulare nuovi accordi di libero scambio, di snellire ulteriormente la burocrazia in collaborazione con le Dogane, la SECO, ecc., di formare gli impiegati nelle aziende esportatrici grazie al contributo di vari enti (Camera di commercio, Osec e Dogane) e di incentivare il commercio con l’estero con varie misure promosse a livello cantonale (DFE attivo nel sostegno all’internazionalizzazione e per la partecipazione alle fiere).

 

Di Marco Passalia, vice Direttore, Cc-Ti e Monica Zurfluh, responsabile Osec Ticino

50 anni di AELS

Talvolta si dimentica l’importanza per la Svizzera del commercio con l’estero. Eppure i fatti parlano chiaramente: bilancia commerciale in attivo (ovvero si esporta più di quanto s’importa), aziende esportatrici operanti in tutto il mondo e leadership globale in parecchi settori storicamente importanti per il nostro Paese (ad esempio il settore chimico-farmaceutico). Sembra quasi scontato che l’export elvetico ci sia, funzioni e garantisca occupazione e benessere contribuendo ad una grossa fetta del PIL. Ma non tutto è casuale: occorre ricordare e sottolineare che le condizioni quadro esistenti sono il frutto di una politica economica estera dinamica ed universale. Il risultato concreto di ciò è l’associazione economica di libero scambio (AELS).

L’AELS compie quest’anno 50 anni ma sembra più fresca e vivace che mai. Infatti, grazie all’AELS, la Svizzera assieme a Liechtenstein, Norvegia e Islanda ha potuto stipulare fino ad oggi ben 23 accordi di libero scambio permettendo l’accesso ai suoi membri ad un mercato di più di 600 milioni di persone al di fuori dell’Unione Europea. In quest’ottica a medio termine sono previsti una quindicina di nuovi accordi tra cui menziono in ordine casuale la Russia, l’India ed il Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Gli accordi di libero scambio rappresentano un’opportunità per le aziende dei Paesi membri dell’AELS pur ammettendo che la complessità di queste nuove nozioni crea un onere amministrativo in più o, detto in altre parole, ci s’indirizza inevitabilmente verso competenze più approfondite per chi in seno all’azienda si occupa di spedire la merce e di chiarirne l’origine.

Quando si parla di opportunità di questi accordi s’intende dire che vengono soppressi o ridotti i dazi doganali sui prodotti industriali e su vari prodotti agricoli di base e che vengono regolate anche altre questioni importanti quali la protezione e promozione degli investimenti, la salvaguardia della proprietà intellettuale, ecc.

Concludo con l’auspicio che la Svizzera nei prossimi anni riesca ancora a garantirsi un giusto spazio di manovra a livello internazionale in modo da continuare a favorire le aziende ed in fin dei conti promuovere l’occupazione, la formazione qualificata ed il benessere diffuso. Ciò sarà possibile soltanto insistendo su rapporti commerciali con altri Paesi basati sui principi liberisti, ricercando l’universalità della politica economica estera e, soprattutto, rispettando i dettami delle istituzioni internazionali riconosciute.

Marco Passalia

I punti fermi dell’export elvetico

La Svizzera storicamente ha sempre mostrato un forte pragmatismo tanto nelle decisioni politiche quanto nelle scelte commerciali. Non si dice dunque nulla di stupefacente quando si afferma che la Svizzera oggigiorno è uno dei Paesi più aperti nelle relazioni d’affari con l’estero. Ma qual è il segreto? O meglio quali sono le caratteristiche principali di questo sistema-Paese votato all’esportazione? Come si può spiegare il fatto che quasi metà del prodotto interno lordo (PIL) sia legato all’esportazione? E gli investimenti diretti all’estero ben oltre i 500 miliardi di franchi? Ed il numero a sei zeri di persone impiegate da aziende elvetiche all’estero?

Innanzitutto, occorre fare presente che la politica economica estera svizzera con riferimento alla circolazione delle merci è estremamente liberale: se così non fosse, data la scarsità di materie prime, difficilmente si sarebbe raggiunto il primato in alcuni settori importanti come il farmaceutico o l’industria delle macchine utensili. A ciò si aggiunge la neutralità elvetica che nella pratica si è tradotta in un universalismo dell’approccio al resto del mondo, cercando cioè di limitare al massimo le disparità di trattamento tra Paesi e la partecipazione ad azioni sanzionatorie di natura economica (si pensi ai boicotti). Inoltre, occorre ricordare che la Svizzera da sempre è attiva nella promozione del libero scambio sia in seno all’Associazione Economica di Libero Scambio (AELS) che sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale del commercio (OMC).

La recente globalizzazione ha portato con sé tutta una serie di cambiamenti – positivi o negativi – più o meno osservabili istantaneamente. Se si guarda attentamente a questo fenomeno si nota che la sua nascita corrisponde ad una crescita più che proporzionale del traffico mondiale delle merci. E se si va più a fondo, si capisce subito che dietro a questo scenario vi sono tutta una serie di elementi chiave: dalla diminuzione dei costi di trasporto all’aumento di capacità dei container, dai progressi della tecnologia dell’informazione e della comunicazione alla riduzione delle misure tariffali, fino ad arrivare ai casi limite e molto discutibili di divisione internazionale del lavoro. Il risultato per la Svizzera è facilmente immaginabile: da una parte, vi è un aumento importante degli accordi di libero scambio al fine di ridurre od eliminare i tributi doganali all’importazione (di recente con Canada e Giappone e nei prossimi anni con Russia, Paesi del Golfo ed India). Dall’altra parte, invece, è aumentato il numero di destinazioni o Paesi d’importanza commerciale al di fuori dell’Europa (soprattutto Sud America, Asia Centrale e del Sud nonché Medio Oriente)