Export: motore dell’economia elvetica

L’andamento del commercio con l’estero della Svizzera rappresenta oggi più che mai il termometro per misurare lo stato di salute dell’economia elvetica, un Paese che da sempre ha orientato i propri prodotti verso i mercati esteri. Ma l’ambito dell’export è molto di più: competenze specifiche e di ampio raggio, posti di lavoro qualificati, utili e gettiti fiscali in Svizzera, collaborazione costante ed imprescindibile con banche, assicurazioni, fiduciarie ed altri prestatori di servizio, indotto e commesse per il tessuto economico locale, grandi opportunità di diversificare i mercati ed i rischi a livello internazionale e, non da ultimo, lo sviluppo di una maggiore propensione a ragionare e fare impresa in termini globali.

 

Parlando di commercio con l’estero è naturale per chiunque pensare ai prodotti venduti in tutto il mondo dalle nostre aziende. In quest’ottica è importante inquadrare la situazione attuale. In generale, in base ai dati ufficiali dell’amministrazione federale delle Dogane, le esportazioni elvetiche hanno chiuso il 2012 con soddisfazione soprattutto per i settori orologiero, chimico-farmaceutico e delle derrate alimentari. In pratica, c’è stato un inizio di 2012 fiacco ai blocchi di partenza con un recupero di vigore nella seconda parte dell’anno; anche il flusso delle vendite si è orientato con maggior interesse verso il Sud America, verso gli Stati Uniti, tornati alla ribalta, e con rotte diversificate su Asia, Medio Oriente e Nord Africa.

 

Informazioni certamente interessanti, ma poste in questi termini non ci fanno capire la reale portata ed importanza del commercio con l’estero per tutta l’economia elvetica. Innanzitutto, quando si parla di Svizzera a vocazione internazionale si intende un Paese con un saldo positivo della bilancia commerciale (24 miliardi di franchi nel 2011), dove le esportazioni crescono a ritmi apprezzabili (4.2% in media nella decade 2001-2011) e dove viene effettivamente creato valore aggiunto grazie alla manodopera qualificata ed agli investimenti in tecnologia, ricerca e sviluppo nonché in innovazioni di prodotto o processo. Naturalmente, anche il contributo alla crescita economica elvetica da parte del settore dell’export nel suo insieme risulta importante visto che corrisponde a circa il 35% del PIL. Esportazioni che storicamente sono spinte soprattutto dai settori dell’industria chimica e farmaceutica, dell’orologeria, degli strumenti di precisione nonché delle macchine e degli apparecchi elettronici.

 

In secondo luogo, parlare di esportazioni significa promuovere l’immagine della Svizzera in tutto il mondo. Se menzioniamo due settori di punta come l’orologiero e il chimico-farmaceutico, ci riferiamo a due ambiti d’eccellenza elvetica che non solo fanno sorridere la bilancia dei pagamenti dello Stato, ma che portano con sé anche un’immagine positiva, di qualità, di tecnologia e di innovazione con evidenti benefici per tutto il “Made in Switzerland”. Insomma, le aziende e i prodotti svizzeri sono ottimi ambasciatori del nostro Paese.

 

In terzo luogo, è importante capire il valore aggiunto derivante dalle aziende attive nel commercio con l’estero. Le risorse umane impiegate in questo ambito devono conoscere varie lingue, avere competenze specifiche, essere costantemente informate sulle novità globali e mostrare una chiara apertura mentale nell’affrontare i mercati internazionali.

Le aziende devono investire parecchio nella formazione del personale, nella ricerca e nello sviluppo, nell’acquisto di nuovi macchinari, nella concretizzazione di prodotti e processi innovativi, nell’immagine e reputazione della propria azienda e così via.

Naturalmente, a beneficiarne non sarà solo lo Stato nei vari livelli grazie agli utili e ai gettiti fiscali che vengono a crearsi, ma anche il tessuto economico locale che riceve commesse in termini di prodotti semi-lavorati nonché le banche, le assicurazioni, le fiduciarie ed altri prestatori di servizio che in un modo o nell’altro collaborano con le aziende esportatrici.

 

Per concludere, è importante sottolineare che a nostro parere il commercio con l’estero è tutt’ora sottovalutato dalle aziende, da vari attori dell’economia, dalla politica, ma anche e soprattutto dai media. Dal canto nostro, siamo convinti che la strada del sostegno a chi è attivo nell’export è sì in salita, ma porterà certamente verso traguardi interessanti e premianti per tutto il sistema socioeconomico cantonale e nazionale. Quindi, occorre migliorare la percezione e la sensibilità di tutti verso un ambito che oggi più che mai potrebbe creare più opportunità e benessere per tutti gli svizzeri tenendo sempre presente che la ricchezza non è un dato acquisito e nemmeno un diritto di nascita.

Ecco perché in occasioni pubbliche come “La giornata dell’export” insistiamo sull’importanza per il nostro Paese di stipulare nuovi accordi di libero scambio, di snellire ulteriormente la burocrazia in collaborazione con le Dogane, la SECO, ecc., di formare gli impiegati nelle aziende esportatrici grazie al contributo di vari enti (Camera di commercio, Osec e Dogane) e di incentivare il commercio con l’estero con varie misure promosse a livello cantonale (DFE attivo nel sostegno all’internazionalizzazione e per la partecipazione alle fiere).

 

Di Marco Passalia, vice Direttore, Cc-Ti e Monica Zurfluh, responsabile Osec Ticino

50 anni di AELS

Talvolta si dimentica l’importanza per la Svizzera del commercio con l’estero. Eppure i fatti parlano chiaramente: bilancia commerciale in attivo (ovvero si esporta più di quanto s’importa), aziende esportatrici operanti in tutto il mondo e leadership globale in parecchi settori storicamente importanti per il nostro Paese (ad esempio il settore chimico-farmaceutico). Sembra quasi scontato che l’export elvetico ci sia, funzioni e garantisca occupazione e benessere contribuendo ad una grossa fetta del PIL. Ma non tutto è casuale: occorre ricordare e sottolineare che le condizioni quadro esistenti sono il frutto di una politica economica estera dinamica ed universale. Il risultato concreto di ciò è l’associazione economica di libero scambio (AELS).

L’AELS compie quest’anno 50 anni ma sembra più fresca e vivace che mai. Infatti, grazie all’AELS, la Svizzera assieme a Liechtenstein, Norvegia e Islanda ha potuto stipulare fino ad oggi ben 23 accordi di libero scambio permettendo l’accesso ai suoi membri ad un mercato di più di 600 milioni di persone al di fuori dell’Unione Europea. In quest’ottica a medio termine sono previsti una quindicina di nuovi accordi tra cui menziono in ordine casuale la Russia, l’India ed il Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Gli accordi di libero scambio rappresentano un’opportunità per le aziende dei Paesi membri dell’AELS pur ammettendo che la complessità di queste nuove nozioni crea un onere amministrativo in più o, detto in altre parole, ci s’indirizza inevitabilmente verso competenze più approfondite per chi in seno all’azienda si occupa di spedire la merce e di chiarirne l’origine.

Quando si parla di opportunità di questi accordi s’intende dire che vengono soppressi o ridotti i dazi doganali sui prodotti industriali e su vari prodotti agricoli di base e che vengono regolate anche altre questioni importanti quali la protezione e promozione degli investimenti, la salvaguardia della proprietà intellettuale, ecc.

Concludo con l’auspicio che la Svizzera nei prossimi anni riesca ancora a garantirsi un giusto spazio di manovra a livello internazionale in modo da continuare a favorire le aziende ed in fin dei conti promuovere l’occupazione, la formazione qualificata ed il benessere diffuso. Ciò sarà possibile soltanto insistendo su rapporti commerciali con altri Paesi basati sui principi liberisti, ricercando l’universalità della politica economica estera e, soprattutto, rispettando i dettami delle istituzioni internazionali riconosciute.

Marco Passalia

I punti fermi dell’export elvetico

La Svizzera storicamente ha sempre mostrato un forte pragmatismo tanto nelle decisioni politiche quanto nelle scelte commerciali. Non si dice dunque nulla di stupefacente quando si afferma che la Svizzera oggigiorno è uno dei Paesi più aperti nelle relazioni d’affari con l’estero. Ma qual è il segreto? O meglio quali sono le caratteristiche principali di questo sistema-Paese votato all’esportazione? Come si può spiegare il fatto che quasi metà del prodotto interno lordo (PIL) sia legato all’esportazione? E gli investimenti diretti all’estero ben oltre i 500 miliardi di franchi? Ed il numero a sei zeri di persone impiegate da aziende elvetiche all’estero?

Innanzitutto, occorre fare presente che la politica economica estera svizzera con riferimento alla circolazione delle merci è estremamente liberale: se così non fosse, data la scarsità di materie prime, difficilmente si sarebbe raggiunto il primato in alcuni settori importanti come il farmaceutico o l’industria delle macchine utensili. A ciò si aggiunge la neutralità elvetica che nella pratica si è tradotta in un universalismo dell’approccio al resto del mondo, cercando cioè di limitare al massimo le disparità di trattamento tra Paesi e la partecipazione ad azioni sanzionatorie di natura economica (si pensi ai boicotti). Inoltre, occorre ricordare che la Svizzera da sempre è attiva nella promozione del libero scambio sia in seno all’Associazione Economica di Libero Scambio (AELS) che sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale del commercio (OMC).

La recente globalizzazione ha portato con sé tutta una serie di cambiamenti – positivi o negativi – più o meno osservabili istantaneamente. Se si guarda attentamente a questo fenomeno si nota che la sua nascita corrisponde ad una crescita più che proporzionale del traffico mondiale delle merci. E se si va più a fondo, si capisce subito che dietro a questo scenario vi sono tutta una serie di elementi chiave: dalla diminuzione dei costi di trasporto all’aumento di capacità dei container, dai progressi della tecnologia dell’informazione e della comunicazione alla riduzione delle misure tariffali, fino ad arrivare ai casi limite e molto discutibili di divisione internazionale del lavoro. Il risultato per la Svizzera è facilmente immaginabile: da una parte, vi è un aumento importante degli accordi di libero scambio al fine di ridurre od eliminare i tributi doganali all’importazione (di recente con Canada e Giappone e nei prossimi anni con Russia, Paesi del Golfo ed India). Dall’altra parte, invece, è aumentato il numero di destinazioni o Paesi d’importanza commerciale al di fuori dell’Europa (soprattutto Sud America, Asia Centrale e del Sud nonché Medio Oriente)

Quale mercato per le energie rinnovabili?

Il fatto che il tema dell’energia elettrica sia sempre attuale la dice lunga sulla sua rilevanza nella nostra società. Il crescente aumento del fabbisogno combinato ai molteplici requisiti imposti per soddisfare la domanda, ha indotto il Consiglio Federale ad adottare una politica energetica mirata ad un uso intelligente di questo bene prezioso alfine di garantirne l’approvvigionamento a costi sostenibili rispettando il nostro ambiente. Uno dei quattro pilastri della politica energetica è l’incentivazione di produzione di energia da fonti rinnovabili. A tale scopo è stato elaborato un piano d’azione con diverse misure specifiche, in primo luogo vi è la rimunerazione a copertura dei costi per l’immissione in rete di energia (RIC) che è un fondo (circa 300 mio.) messo a disposizione annualmente per compensare la differenza dei costi di produzione di energia rinnovabile con i costi di mercato dell’energia.

È noto che la produzione di energia rinnovabile è cara, in particolare il suo elevato costo unitario è dovuto da investimenti importanti degli impianti rispetto ad una resa piuttosto limitata. Dal punto di vista economico solo le grandi centrali idroelettriche sui fiumi che producono una parte dell’energia di banda e quelle predisposte con un bacino di contenimento per la produzione dell’energia di punta sono in termini assoluti redditizie rispetto ad altre fonti d’energia quale il nucleare o lo combustione fossile. È però anche risaputo che la produzione d’energia con fonti non rinnovabili ha degli effetti negativi nel nostro ambiente (emissione Co2, scorie, ecc.) che generano altri costi indiretti, inoltre l’esaurimento delle scorte inevitabilmente aumenta il costo di queste materie prime. Premesso che ad oggi è assolutamente impossibile fornire solo energia verde, né con la produzione propria né con l’importazione dall’estero, investire nelle energie rinnovabili è sicuramente un discorso lungimirante che però inevitabilmente si trova confrontato con la realtà delle leggi economiche. Chi è infatti disposto ad acquistare l’energia a dieci volte il suo prezzo attuale? Pochi e sicuramente non sono i grandi consumatori. Dei fondi citati in precedenza sono rimaste poche briciole; come agire dunque sul fronte delle energie rinnovabili?

Personalmente ritengo che a livello federale si debba fare anche un discorso di redditività degli impianti, ovvero dare la precedenza con le sovvenzioni agli impianti con la maggior resa. In secondo luogo ritengo fondamentale creare incentivi sul fronte della ricerca e dello sviluppo per elaborare soluzioni energetiche economicamente autonome aumentando in particolare i fondi previsti per i nostri istituti universitari e sostenere le industrie che investono in questo campo. Altro aspetto sicuramente da non tralasciare è il crescente mercato internazionale dei certificati verdi. Non va infatti dimenticato che altre nazioni non hanno il medesimo potenziale di produzione, mentre la Svizzera con il suo caratteristico paesaggio alpino beneficia infatti di molte possibilità per la produzione di energia elettrica e di calore, tramite l’idroelettrico in primo luogo oltre ad altre fonti quali biomassa, termica, eolico e fotovoltaico. Questi certificati sono molto richiesti specie in quelle nazioni (quali ad esempio l’Inghilterra) che hanno basato il costo dell’energia secondo la regola chi più inquina più paga e che quindi possono compensare l’utilizzo di energia grigia con l’acquisto di certificati verdi. Infine una nota va indirizzata anche agli enti cantonali e alle città che oltre a sostenere la politica federale in materia sono del tutto legittimati ad elaborare la propria strategia per favorire lo sviluppo di queste energie, per mezzo di crediti mirati ed incentivi non solo per la produzione ma anche per gli impianti domestici (termopompe, fotovoltaico, ecc). Le opportunità ambientali ed economiche ci sono e la Svizzera è il paese che sicuramente dovrà coglierle.

Marco Passalia