Intervista sul tema della cattura e dello stoccaggio del CO₂

Cosa possiamo fare di veramente efficace a favore dell’ambiente? Oltre a ridurre le emissioni, l’anidride carbonica andrebbe ridotta attivamente dall’atmosfera. Partendo da questo presupposto, lo scorso mese di ottobre il vicepresidente cantonale PPD Marco Passalia ha presentato una mozione per chiedere al Consiglio di Stato di farsi precursore e promuovere le tecnologie per la cattura e lo stoccaggio di CO₂.

  1. Sempre più di frequente si sente parlare di riduzione delle emissioni; di rado, però, viene menzionata la possibilità di rimuovere attivamente anidride carbonica dall’atmosfera. Come mai lei ha deciso di concentrarsi sulla seconda possibilità?

Secondo diversi studi sul clima pubblicati di recente (PCC Special Report, EASAC, NAS) per raggiungere gli obiettivi climatici stabiliti dall’accordo di Parigi non basta ridurre le emissioni di CO2 ma è necessario uno sforzo in più: rimuovere attivamente l’anidride carbonica dall’atmosfera. Si stima infatti che entro la metà del secolo ben 10 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dovranno essere rimosse dall’atmosfera ogni anno. Ecco perché è importante agire sia sulla riduzione delle emissioni di CO2 sia sulla loro rimozione.

2. Nella pratica, come si fa a catturare e stoccare CO₂?

Si tratta di un ambito scientifico in piena evoluzione; in effetti da molti anni si svolgono con successo attività di ricerca sulla cattura e sullo stoccaggio di CO2 dall’aria e dai gas di scarico. Anche i nostri politecnici federali portano avanti l’attività di ricerca di base già utilizzabile nel settore privato. Esistono ad esempio macchine a cattura diretta dell’aria tramite collettori modulari di CO2. In un primo momento l’aria viene aspirata nel collettore con un ventilatore e l’anidride carbonica viene catturata sulla superficie di un materiale filtrante altamente selettivo che si trova all’interno dei collettori; successivamente si procede a chiudere il collettore una volta che esso è colmo. Aumentando la temperatura viene liberata CO2 ad una purezza superiore al 99% che, una volta raffreddata, potrà essere raccolta e stoccata.

3. Che fine fa l’anidride carbonica catturata nell’aria? È necessario smaltirla o può essere riutilizzata?

L’anidride carbonica catturata dall’aria ha due ampi casi d’uso: può essere utilizzata come materia prima oppure immagazzinata in modo permanente. Quando la CO2 catturata è usata come materia prima, vi sono diverse applicazioni: per esempio per la produzione di carburanti sintetici rinnovabili. Oppure, già oggi nelle campagne del Canton Zurigo la CO2 catturata viene utilizzata per produrre un fertilizzante. Interessante anche l’applicazione che si sta studiando all’EMPA in cui viene immobilizzato carbonio solido in materiali da costruzione.

4. In termini di costi e benefici, queste tecnologie possono essere efficacemente applicate anche alla nostra realtà cantonale?

Certo. Questo se crediamo evramente in un’economia sempre più circolare e sempre più sostenibile. Coinvolgendo i nostri istituti universitari, si potrà approfondire il tema, studiare le possibili applicazioni e quindi proporre un progetto concreto ed i relativi costi. È chiaro che si tratta di un investimento pionieristico  grazie al quale a lungo termine trarranno beneficio le future generazioni e il nostro ambiente.

5. Esistono regioni o Paesi che già utilizzano un sistema di questo tipo? Se sì, quali sono e possono ritenersi dei modelli di riferimento adeguati per il nostro Cantone?

Sono diverse le iniziative in questo ambito portate avanti in Europa, soprattutto nei paesi nordici e scandinavi, spesso promosse da privati. A titolo esemplificativo a Reykjavik, in Islanda, un impianto chiamato “Orca” è stato realizzato dall’azienda svizzera Climeworks: essenzialmente viene catturata la CO2 dall’aria, viene sottoposta ad alcuni semplici processi chimici e poi viene iniettata nel sottosuolo dove, a contatto con il basalto, solidifica in roccia nel giro di pochi anni evitando così che possa prima o poi tornare di nuovo in circolazione.

6. Con la ratifica dell’Accordo di Parigi sul clima, del 6 ottobre 2017, la Svizzera si è impegnata a ridurre le proprie emissioni di CO₂ entro il 2030 e del 50% rispetto al 1990. Qual è l’importanza di tale accordo e in che misura dovrà contribuire il nostro Cantone?

È molto importante e tutti noi dobbiamo fare il possibile per contribuire a rispettarlo. Sono fiero di dire che proprio in questi giorni in PPD ha presentato un’iniziativa parlamentare atta ad introdurre nella Costituzione ticinese un articolo per impegnarsi a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Ogni proposta a favore del clima, se equilibrata e di buon senso, va considerata, indipendentemente dal partito che la porta avanti.

Pubblicata su Popolo e Libertà, dicembre 2021

Intervista a Marco Passalia, Segretario Generale Lugano Commodity Trading Association

In che stato di salute si trova il commercio delle materie prime ticinese?

Alcuni stanno bene, alcuni un po’ meno. È stato e continua ad essere un anno complicato per tutti se pensiamo al covid19. Un po’ più tortuoso per i commercianti di materie prime: i traders sono stati colpiti a livello globale, i prestiti covid della Confederazione hanno hanno avuto qualche inghippo nell’applicazione ai commercianti di materie prime, le misure di crisi messe in atto da alcune compagnie assicurative hanno indebolito il mercato e, non da ultimo, le frodi di Singapore non hanno di certo aiutato alla concessione di linee bancarie da parte di quegli istituti storicamente attivi nel commodity trade finance.

La crisi covid ha dunque colpito anche il vostro settore?

Purtroppo sì anche se in maniera eterogenea. Naturalmente in base alla materia prima trattata c’è chi ha subito contraccolpi maggiori, chi ha cercato di prepararsi al peggio seguendo l’evoluzione della crisi sanitaria partita dall’Asia, chi si è trovato impreparato e chi invece è stato toccato solo di striscio. Attualmente, in questa seconda ondata, sono invece tutti toccati dal protrarsi della situazione d’incertezza. D’altra parte, è chiaro a tutti che l’impatto negativo riguarda la maggior parte dei settori socio-economici a livello globale.

Il settore delle materie prime come ha risposto alla crisi covid?

Alcune aziende hanno ottenuto risultati soddisfacenti e stanno investendo in nuovi progetti e in nuove assunzioni. Un segnale positivo ed importante in un momento difficile. Altre aziende, invece, durante la prima ondata hanno potuto dare continuità all’attività beneficiando dello strumento federale del lavoro ridotto oppure facendo capo ai crediti covid garantiti dalla Confederazione. Certo non tutto ha funzionato bene per i commodity traders.

In che senso?

Nell’ambito della concessione di crediti e fideiussioni solidali in seguito al coronavirus (Ordinanza federale) sono emerse alcune perplessità sul trattamento delle società di trading. Secondo la prima Ordinanza del 25 marzo 2020, nel caso delle società di trading il parametro di riferimento per la concessione di un prestito era il fatturato, mentre secondo le direttive dell’Associazione svizzera delle banche il parametro di riferimento era il margine lordo. Ovviamente la differenza d’interpretazione è importante e ciò ha creato non pochi malintesi in un momento delicato per numerose società. Curioso notare che però il criterio di esclusione era il fatturato superiore ai 500 milioni di franchi (non il margine lordo) quando è risaputo che nell’ambito delle materie prime si parla spesso di fatturati miliardari. Insomma, un aiuto a tinte chiaro-scure per il settore.

Ma il settore bancario ha fatto dei passi indietro nel finanziamento del commercio di materie prime?

Evidentemente, in un momento già difficile, non si può dire che siano state d’aiuto le frodi miliardarie sulla piazza di Singapore che hanno travolto le principali banche attive nel commodity trade finance (CTF) come HSBC, ABN AMRO, Société Générale, Natixis, BNP Paribas, ING, ecc. Molte di queste banche sono presenti in Svizzera ed hanno recentemente messo in atto piani di ridimensionamento o di chiusura del CTF. Ne consegue una difficoltà maggiore – soprattutto per le società medie e piccole – a finanziare determinate transazioni oppure anche la necessità di posticipare determinate opportunità di business in attesa di mettere in piedi nuove linee bancarie.

E in Ticino?

Per fortuna in Ticino le banche attive nel commodity trade finance o presenti con un frontdesk (BancaStato, Banca Corner, Banca Zarattini, Credit Suisse e UBS) non sono state toccate dalle frodi e hanno mantenuto le posizioni sebbene l’anno non sia stato brillantissimo. Addirittura alcuni istituti, approfittando della nuova situazione, hanno potuto rafforzarsi in termini di posizionamento sulla clientela ticinese.

Quali sono le sfide per il settore nel futuro più prossimo?

Dico ovvietà se affermo che dovremo innanzitutto riuscire a venir fuori dalla crisi covid senza troppi danni diretti o collaterali. In seguito, il settore dovrà fare il possibile per ottimizzare i costi grazie alla digitalizzazione e alla pianificazione fiscale. Naturalmente, sarà anche importante fare una riflessione più strutturata sulle modalità e le possibilità di finanziamento a livello svizzero e internazionale. Da ultimo e non meno importante, anche i commodity traderssono confrontati con le sfide ambientali che a determinate condizioni potrebbero anche portare reali opportunità di business.

Pubblicato su Ticino Welcome, novembre 2020

Violenza: stiamo facendo abbastanza?

Sono passati dieci anni dalla tragica morte del giovane Damiano Tamagni. Un fatto terribile che tutti ricordiamo con tristezza e che ha commosso l’intero Ticino portando ad un’importante reazione dell’opinione pubblica e della politica. Un luogo di divertimento e di spensieratezza come il carnevale che si trasforma in un luogo di violenza e odio. Oggi – guardando anche ad alcuni recenti episodi di insulsa violenza – c’è da chiedersi se la politica nei suoi ambiti di competenza stia facendo abbastanza, se si debba fare altro o se si debba adattare quanto messo in atto fino ad oggi. A livello di sensibilizzazione e prevenzione c’è ancora molto da fare: basti pensare al recente pestaggio al carnevale di Bellinzona oppure alle risse tenutesi a Locarno, Lugano o Riazzino con tanto di coltello. Meglio non dare nulla per scontato e fare il possibile per contribuire con gli strumenti in mano alla politica ad evitare nuovi drammatici episodi.

Marco Passalia, Vice Presidente PPD Ticino
pubblicato su Popolo e libertà, febbraio 2018

Economia tra Russia e Svizzera

Oltre i confini, 2 maggio 2016

Ospite Marco Passalia, vice direttore Cc-Ti

Russia e Svizzera sono da sempre in buoni rapporti. Molte aziende ticinesi guardano al paese dell’est con grande interesse. Marco Passalia della Cc-Ti ci spiegherà perché.

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Una politica di fatti! Marco Passalia si ripresenta per il Gran Consiglio

Marco Passalia, Vice Direttore Cc-Ti e Responsabile del Servizio Export, è deputato in Gran Consiglio nelle file del PPD dal 2011. Dopo quattro anni in Parlamento, si ripresenta con un bagaglio di competenze maggiore grazie anche ai traguardi politici raggiunti. In questa breve intervista lo incontriamo in vista del rinnovo dei poteri cantonali del 19 aprile

Cosa vuol dire per te fare politica?

“Per me significa mettersi a disposizione della comunità con passione e dedizione investendo molto tempo libero, ma significa anche avere una visione e dei progetti che guardino con lungimiranza verso il futuro”. Cosa ci puoi dire del tuo primo quadriennio in Gran Consiglio? “Sicuramente non sono stati quattro anni noiosi, anzi piuttosto confusionali e poco fruttuosi. Da una parte perché il Consiglio di Stato non ha raggiunto gran parte degli obbiettivi che si era posto all’inizio della legislatura. Basti pensare al risanamento delle finanze pubbliche. Dall’altra parte, invece, il Gran Consiglio non è stato capace di portare a termine cantieri importanti come la revisione dei compiti dello Stato. Insomma, ho l’impressione che sia mancata una visione comune ed una strategia chiara, ma soprattutto è stata carente la relazione tra Governo e Parlamento. Continua a leggere

Intervista: Di padroncini e distaccati

Le statistiche dimostrano come negli ultimi anni si sia verificato un netto aumento delle persone notificate. Secondo gli ultimi dati aggiornati dell’Ufficio federale della migrazione, nel 2013 vi sono state 24’053 notifiche, mentre nel 2005 queste ultime si attestavano a 7’830, con un aumento dell’oltre 200%. Salvo nell’anno di crisi del 2009, l’evoluzione è rimasta costante e le cifre dimostrano che anche in futuro non avverrà un cambio di rotta. In questo contesto, l’Associazione interprofessionale di controllo (AIC) ha effettuato lo scorso anno 1’962 controlli, pari al 9.6% delle notifiche, constatando in totale 881 infrazioni. In altre parole, se fosse stato controllato il 100% delle notifiche, le infrazioni presumibili ammonterebbero a circa 9’000 casi, ovvero quasi la metà del totale.
In questa intervista, incontriamo il deputato al Gran Consiglio e vice direttore della Camera del commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti) Marco Passalia, che con alcuni atti parlamentari ha attirato l’attenzione del Consiglio sulla problematica – sempre più sentita – dei padroncini e dei lavoratori distaccati.

Il Consiglio di Stato ha recentemente accolto, seppur parzialmente, il contenuto di tre mozioni targate PPD, due firmate direttamente da lei e una dal collega Gianni Guidicelli. Ci può spiegare di cosa si tratta?
Fondamentalmente con questi atti parlamentari il gruppo popolare democratico in Gran Consiglio ha voluto portare delle risposte concrete ad una tematica fondamentale che riguarda il mercato del lavoro del nostro Cantone, ovvero le oltre 24’000 notifiche dello scorso anno da parte di distaccati o padroncini esteri per effettuare lavori o prestazioni di servizio in Ticino.
Le proposte formulate dal gruppo PPD+GG toccano tre questioni cruciali: innanzitutto l’aumento dei controlli e delle multe per quei prestatori di servizio esteri che non rispettano le regole del mercato del lavoro; in secondo luogo, la pubblicazione di una lista nera delle aziende o persone sanzionate e volutamente non in regola abbinata alla proposta provocatoria di creare anche una lista di chi i padroncini li chiama; ed infine, un maggiore coordinamento attraverso un unico ente di tutti gli interventi e gli attori coinvolti nei vari livelli dell’amministrazione pubblica.

Perché questi atti parlamentari sono stati accolti parzialmente dal Consiglio di Stato?
Tra le proposte formulate dai popolari democratici, il Consiglio di Stato ha deciso di accogliere solo la pubblicazione di una lista di chi ha commesso gli abusi. Le altre due richieste a detta del Governo sono già state soddisfatte attraverso altre misure messe in atto negli scorsi mesi. A mio modesto modo di vedere le cose non stanno proprio così. Infatti con l’aumento dei controlli e delle multe chiediamo tra le altre cose di finanziare l’incremento degli ispettori che si occupano di monitorare il rispetto delle regole evitando di pesare ulteriormente sulle casse pubbliche. Questo aspetto non è stato chiarito nella risposta del Governo. L’altra proposta, quella di coordinare tutti gli interventi contro gli abusi in questo ambito – promossa dal collega Guidicelli a nome del gruppo – non sembrerebbe essere realmente soddisfatta guardando alla realtà quotidiana. L’esperienza mi dice che non solo vi è una comunicazione incompleta tra autorità federale, cantonale e comunale, ma addirittura il coordinamento risulterebbe lacunoso all’interno di uno stesso livello amministrativo. Anche in questo caso dunque ci aspettiamo una risposta più convincente.

Degli atti parlamentari promossi dal gruppo parlamentare in Gran Consiglio certamente fa molto discutere la richiesta di pubblicare la lista di tutti coloro che fanno capo ai cosiddetti padroncini. Questa proposta non rischia di diventare una gogna mediatica?
All’interno del gruppo parlamentare abbiamo discusso di questa proposta e anch’io ho fatto tutta una serie di valutazioni per arrivare a condividere la convinzione che talvolta la provocazione può aiutare a sensibilizzare. Prima di tutto è innegabile che questa proposta abbia il pregio di lanciare un dibattito politico all’interno del Gran Consiglio e, secondariamente, mira anche a rendere attenta la popolazione sugli effetti negativi di ricorrere sistematicamente a prestatori di servizi esteri. Detto in altre parole, il dibattito in Parlamento su questo tema verrà certamente affrontato e tra le altre cose emergerà il fatto che i politici non sono certamente esenti da atteggiamenti poco esemplari: a questo proposito abbiamo appreso da vari media che proprio alcuni di quei politici che hanno gridato al lupo, in fin dei conti il lupo ce l’avevano nel giardino di casa propria. Non è proibito e nemmeno illegale fare ricorso al giardiniere o al piastrellista chiamato dall’estero, ma è semplicemente una questione di stile e di coerenza soprattutto quando dall’altra parte ci si scandalizza per l’esplosione del numero di padroncini. D’altra parte, nel rispetto della volontà popolare svizzera di seguire la via bilaterale con l’Unione europea – ciò è vero fino a prova contraria – siamo tutti consapevoli che il mercato del lavoro diventa progressivamente più libero ed aperto alla concorrenza. Ma un sistema economico è veramente libero e concorrenziale se le regole del gioco sono rispettate da tutti, altrimenti da mercato libero, esso diventa schiavo degli abusi.

Si potrebbe quindi affermare che il problema del numero crescente dei padroncini è da ricondurre agli stessi ticinesi?
Purtroppo è proprio così ed arriviamo dunque al secondo obiettivo di questa provocazione, ovvero la sensibilizzazione della popolazione. Facciamo un esempio chiaro a tutti: se il signor Luigi Rossi chiama regolarmente un padroncino italiano per tenere in ordine il giardino – tra le altre cose perché costa molto di meno rispetto alla ditta ticinese – non deve poi lamentarsi se le ditte ticinesi faranno più fatica ad assumere quale apprendista il proprio figlio o nipote. Un esempio esagerato ma che in modo semplice vuole far capire come ci sia una chiara relazione di causa-effetto nell’ambito del fenomeno di padroncini e dipendenti distaccati che vengono sistematicamente chiamati da aziende e persone residenti in Ticino. Nota bene: in questo contesto è addirittura aumentato il numero di persone che fa capo a questi prestatori esteri.

Ma allora queste proposte sono o non sono misure anti-padroncino?
È sbagliato prendersela a priori con la figura del padroncino soprattutto se pensiamo che qualcuno li chiama in Ticino per effettuare prestazione di servizio. Infatti, queste misure da noi proposte hanno lo scopo di tutelare il rispetto delle regole del mercato del lavoro ticinese e svizzero. Ma si tratta anche di proposte concrete per sanzionare i furbetti e per ricordare ai ticinesi che le soluzioni apparentemente più facili e a buon mercato talvolta hanno delle conseguenze negative più o meno dirette – nel medio e lungo periodo – anche sull’economia ticinese.
D’altra parte, ci tengo a ricordare che già il mio primo atto parlamentare in Gran Consiglio, quello relativo all’Iva discriminatoria nei confronti degli artigiani svizzeri, andava proprio in questa direzione: creare delle regole chiare ed eque per tutti gli operatori che intendono lavorare sul nostro territorio cantonale nel rispetto delle regole e della libera concorrenza.

Popolo e Libertà, 16 maggio 2014