I punti fermi dell’export elvetico

La Svizzera storicamente ha sempre mostrato un forte pragmatismo tanto nelle decisioni politiche quanto nelle scelte commerciali. Non si dice dunque nulla di stupefacente quando si afferma che la Svizzera oggigiorno è uno dei Paesi più aperti nelle relazioni d’affari con l’estero. Ma qual è il segreto? O meglio quali sono le caratteristiche principali di questo sistema-Paese votato all’esportazione? Come si può spiegare il fatto che quasi metà del prodotto interno lordo (PIL) sia legato all’esportazione? E gli investimenti diretti all’estero ben oltre i 500 miliardi di franchi? Ed il numero a sei zeri di persone impiegate da aziende elvetiche all’estero?

Innanzitutto, occorre fare presente che la politica economica estera svizzera con riferimento alla circolazione delle merci è estremamente liberale: se così non fosse, data la scarsità di materie prime, difficilmente si sarebbe raggiunto il primato in alcuni settori importanti come il farmaceutico o l’industria delle macchine utensili. A ciò si aggiunge la neutralità elvetica che nella pratica si è tradotta in un universalismo dell’approccio al resto del mondo, cercando cioè di limitare al massimo le disparità di trattamento tra Paesi e la partecipazione ad azioni sanzionatorie di natura economica (si pensi ai boicotti). Inoltre, occorre ricordare che la Svizzera da sempre è attiva nella promozione del libero scambio sia in seno all’Associazione Economica di Libero Scambio (AELS) che sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale del commercio (OMC).

La recente globalizzazione ha portato con sé tutta una serie di cambiamenti – positivi o negativi – più o meno osservabili istantaneamente. Se si guarda attentamente a questo fenomeno si nota che la sua nascita corrisponde ad una crescita più che proporzionale del traffico mondiale delle merci. E se si va più a fondo, si capisce subito che dietro a questo scenario vi sono tutta una serie di elementi chiave: dalla diminuzione dei costi di trasporto all’aumento di capacità dei container, dai progressi della tecnologia dell’informazione e della comunicazione alla riduzione delle misure tariffali, fino ad arrivare ai casi limite e molto discutibili di divisione internazionale del lavoro. Il risultato per la Svizzera è facilmente immaginabile: da una parte, vi è un aumento importante degli accordi di libero scambio al fine di ridurre od eliminare i tributi doganali all’importazione (di recente con Canada e Giappone e nei prossimi anni con Russia, Paesi del Golfo ed India). Dall’altra parte, invece, è aumentato il numero di destinazioni o Paesi d’importanza commerciale al di fuori dell’Europa (soprattutto Sud America, Asia Centrale e del Sud nonché Medio Oriente)

Quale mercato per le energie rinnovabili?

Il fatto che il tema dell’energia elettrica sia sempre attuale la dice lunga sulla sua rilevanza nella nostra società. Il crescente aumento del fabbisogno combinato ai molteplici requisiti imposti per soddisfare la domanda, ha indotto il Consiglio Federale ad adottare una politica energetica mirata ad un uso intelligente di questo bene prezioso alfine di garantirne l’approvvigionamento a costi sostenibili rispettando il nostro ambiente. Uno dei quattro pilastri della politica energetica è l’incentivazione di produzione di energia da fonti rinnovabili. A tale scopo è stato elaborato un piano d’azione con diverse misure specifiche, in primo luogo vi è la rimunerazione a copertura dei costi per l’immissione in rete di energia (RIC) che è un fondo (circa 300 mio.) messo a disposizione annualmente per compensare la differenza dei costi di produzione di energia rinnovabile con i costi di mercato dell’energia.

È noto che la produzione di energia rinnovabile è cara, in particolare il suo elevato costo unitario è dovuto da investimenti importanti degli impianti rispetto ad una resa piuttosto limitata. Dal punto di vista economico solo le grandi centrali idroelettriche sui fiumi che producono una parte dell’energia di banda e quelle predisposte con un bacino di contenimento per la produzione dell’energia di punta sono in termini assoluti redditizie rispetto ad altre fonti d’energia quale il nucleare o lo combustione fossile. È però anche risaputo che la produzione d’energia con fonti non rinnovabili ha degli effetti negativi nel nostro ambiente (emissione Co2, scorie, ecc.) che generano altri costi indiretti, inoltre l’esaurimento delle scorte inevitabilmente aumenta il costo di queste materie prime. Premesso che ad oggi è assolutamente impossibile fornire solo energia verde, né con la produzione propria né con l’importazione dall’estero, investire nelle energie rinnovabili è sicuramente un discorso lungimirante che però inevitabilmente si trova confrontato con la realtà delle leggi economiche. Chi è infatti disposto ad acquistare l’energia a dieci volte il suo prezzo attuale? Pochi e sicuramente non sono i grandi consumatori. Dei fondi citati in precedenza sono rimaste poche briciole; come agire dunque sul fronte delle energie rinnovabili?

Personalmente ritengo che a livello federale si debba fare anche un discorso di redditività degli impianti, ovvero dare la precedenza con le sovvenzioni agli impianti con la maggior resa. In secondo luogo ritengo fondamentale creare incentivi sul fronte della ricerca e dello sviluppo per elaborare soluzioni energetiche economicamente autonome aumentando in particolare i fondi previsti per i nostri istituti universitari e sostenere le industrie che investono in questo campo. Altro aspetto sicuramente da non tralasciare è il crescente mercato internazionale dei certificati verdi. Non va infatti dimenticato che altre nazioni non hanno il medesimo potenziale di produzione, mentre la Svizzera con il suo caratteristico paesaggio alpino beneficia infatti di molte possibilità per la produzione di energia elettrica e di calore, tramite l’idroelettrico in primo luogo oltre ad altre fonti quali biomassa, termica, eolico e fotovoltaico. Questi certificati sono molto richiesti specie in quelle nazioni (quali ad esempio l’Inghilterra) che hanno basato il costo dell’energia secondo la regola chi più inquina più paga e che quindi possono compensare l’utilizzo di energia grigia con l’acquisto di certificati verdi. Infine una nota va indirizzata anche agli enti cantonali e alle città che oltre a sostenere la politica federale in materia sono del tutto legittimati ad elaborare la propria strategia per favorire lo sviluppo di queste energie, per mezzo di crediti mirati ed incentivi non solo per la produzione ma anche per gli impianti domestici (termopompe, fotovoltaico, ecc). Le opportunità ambientali ed economiche ci sono e la Svizzera è il paese che sicuramente dovrà coglierle.

Marco Passalia

Caro imprenditore…

“Caro imprenditore ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome siamo in un periodo di crisi più forte ti scriverò”. Queste sarebbero state le prime parole di un testo di Lucio Dalla se solo avesse voluto dedicare una canzone alla figura dell’imprenditore. Ed a mio parere la canzone avrebbe potuto continuare così…

“Stimato amico imprenditore, tu rappresenti un miscuglio di dinamismo e di sana pazzia, ma spesso vieni anche criticato e molte volte mitizzato. Gusto del rischio, volontà di mettersi in gioco, spirito innovativo, sono solo queste le tue qualità? Oppure sei spinto anche da altri valori quali la solidarietà? O forse sei solo mosso da un’ambizione indefinita e vaga?”

“Vedi caro amico, cosa ti scrivo e ti dico” – continuerebbe Dalla – “in questo periodo di crisi sembra che solo tu e la tua azienda siate toccati, ma la verità è che tutta la società sta cominciando a sentire gli effetti nefasti della congiuntura negativa. Mero pessimismo? Non lo so, ma so che non basta l’ottimismo per superare dei problemi strutturali insiti nel nostro sistema economico. Sarei curioso di sentire la tua opinione su questo e su altri temi. Sul segreto bancario ad esempio credo che tu come qualunque altro cittadino siate molto legati alla tutela della sfera privata anche sotto il punto di vista fiscale, ma sul ruolo delle banche, invece, cosa ne pensi? Credi veramente che le banche debbano tornare alla loro funzione originaria di intermediari finanziari, ovvero prendere in prestito e prestare denaro, lasciando perdere quelle attività di investment banking che tanto hanno fatto male al sistema finanziario? Ma non hai forse beneficiato anche tu di queste attività bancarie? Caro amico, più scrivo, più credo che avremmo molto su cui discutere: certo che di temi caldi ce ne sono molto di questi tempi. Parliamo allora del ruolo dello Stato. Fino a ieri nessuno avrebbe visto di buon occhio l’intervento statale all’interno di questo sistema economico globalizzante figlio del liberalismo. Oggi, invece, vediamo colossi bancari e multinazionali industriali in caduta libera, banche che vengono coperte dalla mano pubblica, aziende che usufruiscono di vari strumenti di sostegno offerti dallo Stato e, in generale, l’intero settore economico che abbisogna delle misure anti-crisi proposte dai vari livelli di governo di tutto il mondo. Non mi sento di dire cosa è giusto o sbagliato, tuttavia rimango con la convinzione che lo Stato deve intervenire laddove il privato fallisce. Cosa ne pensi? C’è troppo allarmismo oppure credi che lo Stato stia agendo in maniera adeguata?”

L’inizio della canzone di Dalla credo che l’avrei azzeccato, ma non ne sarei così certo. Sono però sicuro che anche Lucio Dalla avrebbe terminato dicendo che “l’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sta preparando questa è la novità, mentre tu caro amico imprenditore già eri pronto. Carissimo, concludo sperando che tu possa rispondere presto.”

Con stima ed amicizia

Marco

Io, Suzy e i Led Zeppelin*

Il titolo alquanto bizzarro della rubrica dedicata allo sguardo sull’economia di questa settimana ha sicuramente incuriosito qualche attento lettore amante delle frasi in grassetto a tal punto che la domanda sorge spontanea: “Cosa c’entrano Suzy ed i Led Zeppelin con l’economia?” E la risposta ve la do subito: “Assolutamente niente!” Lasciatemi allora replicare con una domanda: “Cosa c’entrano quelle misure anti-crisi demagogiche attualmente di moda con l’economia?” A voi la risposta, a me il tentativo di elaborare una spiegazione oggettiva elencando gli strumenti tipicamente a disposizione dello Stato.

Gli strumenti più importanti a disposizione di uno Stato per influenzare l’andamento dell’economia e quindi del settore privato sono essenzialmente riconducibili a tre elementi: la politica monetaria, la politica fiscale ed altre varie politiche.

Quando si parla di politica monetaria s’intende tutto ciò che può essere proposto da una banca centrale di un Paese (in Svizzera la Banca Nazionale Svizzera – BNS) per influenzare il settore privato attraverso il controllo dell’offerta di moneta, dei tassi d’interesse e del credito. A questo punto – data l’indipendenza di una banca centrale – i margini di manovra per influenzare l’economia sono strettamente legati alle analisi ed alle decisioni di questa entità. Tanto per capirci, ad esempio, recentemente la BNS ha deciso di tagliare di un ulteriore mezzo punto percentuale il suo tasso direttore andando in fin dei conti a stimolare la spesa delle imprese e dei consumatori.

Siamo, dunque, d’accordo che la politica monetaria dipende dall’azione di una banca centrale che in tutti i Paesi industrializzati è indipendente dal potere politico. Da ciò si evince che l’intervento diretto sull’economia da parte dello Stato è più legato alle politiche fiscali ed alle altre politiche. In quest’ottica è interessante rilevare che ad esempio una politica commerciale estera molto liberale ed aperta come quella svizzera contribuisce a sostenere l’economia. In particolare, per andare un po’ più in dettaglio, quando la Ministra dell’Economia Doris Leuthard parla di miglior accesso ai mercati quale provvedimento anti-crisi intende dire che tramite accordi di libero scambio (bilaterali o multilaterali cumulativi trasversalmente e non) si vuole garantire alle aziende esportatrici un vantaggio concorrenziale dovuto all’abbassamento o all’annullamento dei dazi doganali.

Si potrebbe parlare anche di altre politiche meno rilevanti che possono essere proposte dallo Stato, ma che in fin dei conti sono strettamente correlate alla politica fiscale. Questo importante strumento si fonda su due pilastri portanti: il primo è il prelievo fiscale, ovvero le imposte dirette più o meno progressive prelevate dai vari livelli amministrativi, le imposte indirette quali l’IVA, ecc. Il secondo, invece, è rappresentato dalla spesa pubblica che in maniera molto semplicistica può essere suddivisa negli investimenti pubblici e nella spesa per i consumi. Detto ciò, è possibile fare qualsiasi proposta come quella di garantire la formazione del personale aziendale e degli apprendisti, di insistere sul lavoro ridotto sovvenzionato dallo Stato, di sgravare fiscalmente determinati investimenti e determinate classi di reddito o contribuenti (aziende o persone fisiche). Tuttavia, occorre tenere presente un elemento essenziale: l’aspetto temporale. A dipendenza del tipo di politica fiscale sulla quale si vuole insistere vi sono problemi di applicabilità immediata, rispettivamente, ritardata dal processo politico. Inoltre, occorre anche tenere presente che tramite la politica fiscale gli effetti positivi sono solitamente più immediati visto che si agisce più direttamente sulla spesa del consumatore o del produttore.

Per concludere, invito il lettore a fare attenzione a certi slogan anti-crisi propinati che non c’entrano niente. Se le cose sono così, allora, non posso che suggerirvi di leggere il simpatico libro di Millar Martin che per quanto non c’entri con l’economia per lo meno fa trascorrere qualche istante di relax.

* Titolo ispirato all’omonimo libro dell’autore Millar Martin

(apparso su Popolo e Libertà, 19 dicembre 2008)

Eravamo quattro amici al bar

Ispirandomi ad una vecchia canzone di un cantautore italiano mi pare originale, forse al limite dell’eccentrico, affrontare il tema della crisi finanziaria proponendo i diversi punti di vista di quattro amici che s’incontrano al bar per un caffè: il signor Primo, l’arrabbiato; il signor Secondo, l’impaurito; il signor Terzo, il razionale ed il signor Quarto, il riflessivo.

Per nome e per indole Primo prende parola tuffandosi polemicamente e criticamente nel tema: “Basta subprime, basta speculazioni e basta finanziamenti pubblici alle banche! Io faccio fatica a sbarcare il lunario con un unico stipendio in famiglia, mentre le borse bruciano miliardi come neve al sole! E come sempre, in fin dei conti, a pagare sono i cittadini!” D’altra parte, come si può biasimare l’incavolatura di chi vede il problema da lontano, ma si sente toccato pur non sapendo cosa sta effettivamente accadendo.

Naturalmente, Secondo – con atteggiamento pavido ed un po’ più consapevole – non può non parlare di quali ragioni, a suo modesto parere, hanno portato alla crisi: “Ne abbiamo sentite di tutti i colori dalle congetture di emeriti professori ai rapporti tecnici di analisti finanziari, dalle opinioni critiche del vicino di casa alle rassicurazioni del proprio banchiere di fiducia. Io sono convinto che l’instabilità del sistema finanziario non è unicamente riconducibile ai mutui subprime. Per me, il problema è che non si è messo il giusto accento sulla regolamentazione dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie. In fondo, per avere stabilità avremmo semplicemente bisogno di un sistema finanziario funzionante dominato da regole chiare e che possa anche tutelare i risparmiatori”.

Da osservatore esterno, mi sentirei piuttosto d’accordo con queste ultime affermazioni, ma ritengo che questa chiave di lettura non sia completa. Chissà cosa hanno da dire gli altri due.

“Caro Secondo – interviene Terzo – essenzialmente sono d’accordo con te, ma non si può sorvolare sul deserto lasciato dai subprime. Mi preme ricordarti che questi prestiti subprime sono stati concessi a quelle persone che non riescono ad accedere ai tassi di interesse di mercato a causa della propria storia di debitore piuttosto problematica. Ti chiederai dov’è il problema, giusto? Semplice: questi prestiti risultano rischiosi, per i debitori, per via degli alti tassi d’interesse, ma anche per i creditori, a causa di una situazione finanziaria del debitore piuttosto nebulosa. Quindi, se da una parte può sembrare positivo il fatto di concedere l’accesso al mercato del credito a chi altrimenti non l’avrebbe, dall’altra, mi sembra chiaro che queste formule creditizie siano piuttosto sibilline. Sembra quasi che gli istituti finanziari abbiano preso alla lettera il concetto di massimizzazione dei profitti. Forse sono troppo critico nei confronti di chi ha promosso questi prodotti, ma i fatti hanno dimostrato che molto debitori sono caduti nell’insolvenza e molti creditori sono finiti in bancarotta”.

Da uditore esterno, mi sembra di capire che non è difficile gettare critiche sulle dinamiche che hanno colpito il sistema finanziario, tuttavia credo che non sia sufficiente limitarsi ad un’analisi oggettiva o soggettiva di cosa è accaduto. Occorre fare delle nuove proposte, ma non vorrei parlar troppo presto senza aver sentito il signor Quarto.

“Cari amici, vi ho ascoltato con piacere – interviene il signor Quarto – tuttavia, credo che abbiamo dimenticato un aspetto fondamentale, ovvero la necessità di cambiare. Nella crisi degli anni ’30 si optò per le teorie macroeconomiche keynesiane, più tardi, nella crisi degli anni ’70 si marciò nella direzione di Friedman e dei monetaristi. Non è forse giunto il momento di tornare a riflettere sul funzionamento stesso del sistema finanziario? È opinabile l’atteggiamento degli istituti bancari votati alla massimizzazione del profitto così come lo è il fatto di aver trascurato la propria funzione, quasi pubblica, di intermediari finanziari che fanno girare l’economia. E si può dire molto anche sulla necessità di pompare liquidità nei mercati o sul salvagente statale da lanciare ad ogni banca a rischio. Tuttavia, credo che sia necessario fermarsi un momento a contemplare due pilastri del sistema economico: il primo è l’economia reale, ovvero quella produzione economica che si può toccare con mano e che garantisce la crescita del sistema. Il secondo è la certezza che il sistema finanziario non garantisce la certezza: il sistema economico è inadatto, mostra dei chiari problemi e si basa su concezioni teoriche vecchie di cent’anni. Forse anche in questo campo ci sarebbe un bel po’ di lavoro da svolgere, magari in una nuova Bretton Woods”.

(apparso su Popolo e Libertà, 10 ottobre 2008)