L’export svizzero con il vento in poppa

Con un surplus della bilancia commerciale di 19,3 miliardi di franchi, il commercio con l’estero svizzero continua la sua evoluzione positiva cominciata a metà 2015. Secondo i dati dell’Amministrazione federale delle dogane (AFD) relativi al primo semestre del 2016, le esportazioni svizzere sono infatti progredite del 5,1 %, a 105,4 miliardi di franchi, e le importazioni del 3,9 %, a 86 miliardi, rispetto ai primi sei mesi dell’anno precedente. A trainare le cifre positive è il settore chimico-farmaceutico senza il quale le esportazioni accuserebbero un calo dovuto soprattutto alle difficoltà dell’industria orologiera e a quella dell’industria meccanica. Più nello specifico i prodotti chimico-farmaceutici hanno registrato un +15% (reale +3%) che corrisponde a 6,2 miliardi di franchi: sono stati soprattutto i medicamenti (+23%) e i principi attivi come pure i prodotti immunologici (+15%) ad essere fortemente venduti all’estero. Anche le derrate alimentari, con il caffè e le bibite, hanno segnato un netto incremento con un +7%.
Cifre negative invece per il settore delle macchine e dell’elettronica, dovute soprattutto ad una minor richiesta di macchine tessili (-20%) e di macchine per lavorare i metalli (-6%). Pillola amara anche per l’aeronautica e i veicoli ferroviari, ma la preoccupazione più importante è data dai numeri del settore orologiero che nel primo semestre del 2016 ha perso l’11%, ovvero 1,1 miliardi di franchi.
Come per l’inizio del 2015, sono stati gli Stati Uniti il principale motore di crescita dell’export elvetico segnando un +16%. Eccezione per l’America Latina (-3%) e l’Asia rimasta stabile (0%), anche l’Europa ha dato un ottimo slancio alle nostre esportazioni con un +5%. In particolare spiccano il Belgio (+17%), la Germania, l’Austria e i Paesi Bassi con un aumento del 9% ciascuno. Anche il Regno Unito ha un segno positivo con un incremento del 6%. In tutti questi Paesi il settore trainante è sempre stato quello farmaceutico. Nel continente asiatico i dati sono invece contrastanti: al +15% di Singapore e al +9% della Cina si contrappone un -15% di Arabia Saudita (aviazione) e di Hong Kong (orologi).

Gli orologi svizzeri in forte crisi

Dopo questa carrellata di cifre e statistiche è su un dato che vogliamo in particolare soffermarci, ovvero quello relativo all’industria orologiera che ormai da tempo continua ad essere negativo. Il settore ha cominciato a subire i primi contraccolpi nel mese di luglio 2015, accelerando poi da marzo di quest’anno. L’ampiezza della crisi è tale che bisogna tornare al 2009 per trovare simili variazioni. Sono soprattutto i principali mercati come Hong Kong, Cina, Stati Uniti e Giappone a peggiorare. Una tesi possibile, che potrebbe trovare conferma negli acquisti dei clienti di tutto il mondo, punterebbe il dito contro gli smart watch, i quali sembrano far concorrenza agli orologi di fascia minore. Infatti la categoria tra i 200 e i 500 franchi è quella maggiormente toccata dalla crisi (-19,8% nel solo mese di giugno), mentre la fascia mediana, ovvero quella tra i 500 e i 3000 franchi è l’unica a non aver segnato una diminuzione importante (-6,5%). È stato inoltre registrato un -20% per gli orologi di alta gamma rispetto al medesimo mese del 2015. Il settore orologiero è quindi nel turbine di una grande crisi e all’orizzonte non si vedono ancora spiragli di luce, anche se Swatch Group, malgrado le forti perdite degli ultimi mesi, si è detto piuttosto ottimista per la fine del 2016.

Nel frattempo, si attende il 1° gennaio 2017 quando entrerà in vigore la nuova ordinanza inerente la Swissness, che rafforzerà la designazione «Swiss made» per gli orologi e i movimenti. Ma questo è tutto un altro argomento che svilupperemo sicuramente in un prossimo articolo per i lettori della rubrica “Oltre i confini”.

Monica Zurfluh, responsabile S-GE per la Svizzera italiana
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Marco Passalia, vice direttore e responsabile Servizio Export Cc-Ti